Italian poem
45. Ben doverrieno al sospirar mie tanto
Ben doverrieno al sospirar mie tanto esser secco oramai le fonti e ’ fiumi, s’i’ non gli rinfrescassi col mie pianto. Così talvolta i nostri etterni lumi, l’un caldo e l’altro freddo ne ristora, acciò che ’l mondo più non si consumi. E similmente il cor che s’innamora, quand’el superchio ardor troppo l’accende, l’umor degli occhi il tempra, che non mora. La morte e ’l duol, ch’i’ bramo e cerco, rende un contento avenir, che non mi lassa morir; ché chi diletta non offende. Onde la navicella mie non passa, com’io vorrei, a vederti a quella riva che ’l corpo per a tempo di qua lassa. Troppo dolor vuol pur ch’i’ campi e viva, qual più c’altri veloce andando vede, che dopo gli altri al fin del giorno arriva. Crudel pietate e spietata mercede me lasciò vivo, e te da me disciolse, rompendo, e non mancando nostra fede, e la memoria a me non sol non tolse, . . . . . . . . . . .
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