Versos Italian Niccolò Forteguerri Io mi stava una mattina

Italian poem

Io mi stava una mattina

by (1419–1473)

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Io mi stava una mattina Tutto solo, e pensieroso Sopra un sasso alla Marina; Quand’altero, e maestoso Venir veggio a gonfie vele Un gran Legno, e giunto in Porto Gittar l’Ancora fedele. Allor io, per mio diporto, Ver la Nave m’incammino; Ed oh cosa di trastullo! Quando sonle ben vicino Seder vedo un bel Fanciullo, Che bendato egli era, o cieco; E Fanciulli a cento, a cento Pur bendati stavan seco. Mi s’accese allor talento Di salir sopra il Naviglio, Che da’ ciechi Garzonetti E follía temer periglio. La nodosa scala ascendo, Entro dentro, e ’l bel Garzone Si disbenda sorridendo; Poscia sì se la ripone, Che bendato egli parea, Tristarel, ma ci vedea, Bel Figliuol, che sei tu mai? Gli diss’io, che nato appena Per lo Mar correndo vai? Se sapessi com’è piena Di pericoli quest’onda, Come abbonda, E di sirti ascose, e felle, E di vortici, e procelle, E di belve, e mostri infesti, So ben io, che torneresti Tra le braccia, ben di volo, Di tua Madre, che ti chiama, Se pur vive, e ti richiama Tutta affanno, e tutta duolo. Fè più rosse dell’usato Le sue guance, come rose; Poi rispose Tra ’l superbo, e l’adirato: Sono un tal, che il Cielo, e questo Ampio Mar varco, e la Terra, E di tutto ho in man l’impero, E dò pace, e porto guerra, Or benigno, ora severo, Or piacevole, or tiranno; E ’l mio nome è detto Amore Feritore D’ogni cuore. E in ciò dir dall’aureo scanno Furibondo si levò, Ed un Viva per la Nave Da per tutto risuonò. A quel nome, Non so come Tal spavento M’entrò drento, Ch’io restai, siccome testa Tutta mesta La Colomba, Se le piomba Sopra il dorso presto, e fiero Lo Sparviero, Poi gli dissi in sù gran tema, Siccom’uom, che dice, e trema, E pur vuol mostrar valore: Dio d’Amore, Qual pres’hai nuovo costume D’ir fra l’acque, e le tempeste, Se per tutto agili, e preste Spiegar puoi l’ardite piume? Ripres’Ei: son desìoso D’acquistar merci novelle, Giacchè il luogo è copioso Di sembianze così belle; E ciò detto spicca un volo, E quegl’altri volan pure. Sù la Nave io resto solo Tutto pieno di paure, E guardando dove và, Io lo miro Dopo un giro Calar giù nella Città. Tosto anch’io la Nave lasso, E più presto, che m’è dato, Ver le mura io volgo il passo; Ed appena dentro arrivo, Ch’io lo vedo, che svolazza Tutto allegro, tutto vivo, Sicchè quasi egli n’impazza, Or su questo, or su quel viso; E raccoglie quanto puote Da bell’occhio, e da bel riso, Bella fronte, e belle gote, Venustade, e leggiadria, Ed ancora le parole, Ch’ha più grazia, porta via: E in quel mentre ogni Amorino Fa lo stesso in ogni loco, E per molto, ch’ognun rubbi, Pargli sempre rubbar poco . Pur alfin carico, e grave Ciaschedun coll’ala bassa Se ne passa all’aurea Nave: E nel Legno appena ascendono, Che di nuove, che di belle Luminose alme facelle Tutto quanto intorno accendono, Ciascun corre alla Riviera Per veder luce sì nuova, E a tal vista si ritrova Così bella ornata schiera Di gentili Donne elette, Tutte vaghe, ed amorose, Che le Rive più dei Legno Ne rendevan luminose. A sì nuovo, e vago oggetto Quasi Amore ebbe a dispetto Quelle prede, ond’era carco; E già scarco Volea farne il suo Naviglio. Ma poi prese altro consiglio, In veder, che stanchi, e afflitti, Di sudor sparsi i capelli Non reggevansi più ritti Gli Amoretti suoi fratelli; E temendo del cimento Fece dar le vele al vento, Qual ben presto le gonfiò; E pel duol di lasciar tanto, Con gli occhietti tutti pianto Nella poppa ei si serrò. Pieno allor d’alto cordoglio Io ritorno alla Cittade, Per l’acerbo orrendo spoglio, Che in poche ore Fatto Amore Quivi avea d’ogni beltade. Ma rivedo con piacere Da non dirsi in prosa, o in rima Che più belle eran di prima, Più gentili, e più cortesi L’alme Donne Genovesi.