Italian poem
IVSTITIA
V
Io che pur soglio lacrimar di pièta de’ vati su le carte, io ch’ho in petto il gentil cor de ’l poeta, se me ne manca l’arte,
che piango insino gli scordati eroi d’Ilio combusto e domo, io non ho senso di pietà per voi, non ho viscere d’uomo.
Nè voi n’avete cui non basta a ’l gusto stracco la carne ignuda per chi stentando il pane a frusto a frusto, sangue, lacrime suda;
per chi senza speranza e senza amore vive ed invidia il cane, per chi miniere a voi scavando, muore senz’aria e senza pane.
Ridan le vostre donne a cui ne ’l petto de l’òr brucia la sete: ridan beate che ne ’l vostro letto coniaron le monete,
e su ’l talamo altrui de le figliole vendean la bianca vesta; a la virtù che vender non si vuole, ecco, il delitto resta.
E grida, udite, il volgo macilente: « Noi, plebe, non morremo, ma ne ’l gran giorno, in faccia a ’l sol lucente giustizia ci faremo.
Da le città, da gli abituri foschi che il sol mai non abbella, giù da i monti, da ’l mar, da gli aspri boschi che l’aquilon flagella,
innumeri, feroci e disperati, noi plebe maledetta, incontro a voi discenderemo armati di ferro e di vendetta.
Siete voi che rideste allor che invano pietà per Dio pregammo ed una pietra ci metteste in mano quando un pan mendicammo.
Non sperate pietà dunque ne ’l santo giorno de l’ira eterna. Troppo, dinanzi a voi, troppo abbiam pianto. Vigliacchi, a la lanterna!» —