Italian poem
IV
Quando al cielo il clamor della battaglia col denso fumo andava ed il cannon ruggiva e la mitraglia per le vie grandinava,
molti, volgendo ancor nella memoria il recente passato, supplicavano Iddio per la vittoria dell’invasor croato
e nel segreto della chiusa stanza pregavano: — «Signore, «doma i ribelli nostri e la baldanza «che diventa valore.
«Guida tu stesso il piombo e fa che infranga «il petto dei ribelli. «Se qualche madre ci sarà che pianga, «farà gli occhi più belli,
«ma dacci ancora un popolo di schiavi «e lo scudiscio in mano; «rendi al vessillo delle sante chiavi «il suo poter sovrano!...»
Passò vinto il nemico oltre i confini, la lunga ira è sepolta, ma molti — ah, noi scordate, o cittadini! pregan come una volta!
Son cinquant’anni ed il cannon tuonava vomitando la morte; il mite cuor di Pio così bussava, Bologna, alle tue porte.
Son cinquant’anni ed or dormi secura, né pensi al tempo antico. Non veglian piìi le scolte alle tue mura e pur veglia il nemico,
e gran tempo non è — non l’hai veduto? che ti guardava in faccia, ostentando, insolente e pettoruto, lo scherno e la minaccia.
In quel giorno contò la numerosa schiera de’ suoi soldati e pensò che c’è posto alla Certosa per altri fucilati;
pensò che curve ancor sotto la piena possanza del Maestro, filan nell’ombra Marta e Maddalena per torcerti un capestro;
pensò che a vendicar l’antico sfregio gli basta alzar la mano, ora che i figli tuoi vanno al collegio del Padre Flamidiano.
E tu frattanto, leonessa ignava, dormi nel pigro covo! Son cinquant’anni che il cannon tuonava, ma può tuonar di nuovo.