Italian poem
Piccolo Comento al Canto V del Purgatorio
Io era già da quell’ombre partito E seguitava l’orme del mio Duca, Quando, diretro a me, drizzando il dito, Una gridò: Ve’, che non par che luca Lo raggio da sinistra a quel disotto E come vivo par che si conduca. Gli occhi rivolsi al suon di questo motto E vidile guardar per maraviglia Pur me, pur me e ’l lume ch’era rotto.
O ombre vane fuor che nell’aspetto! Tre volte dietro a lei le mani avvinsi E tante mi tornai con esse al petto.
....tu se’ ombra ed ombra vedi.
....nostra vanitate, Trattando l’ombre come cosa salda.
Fui conosciuto da un che mi prese Per lo lembo...
Allor lo presi per la cuticagna . . . . . . . . . . . . Io avea già i capelli in mano avvolti —?
Noi passavam su per l’ombre che adona La greve pioggia e ponevam le piante sopra lor vanità che par persona:
Perchè l’animo tuo tanto s’impiglia, Disse il Maestro, che l’andare allenti? Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? Vien dietro me e lascia dir le genti: Sta come torre ferma che non crolla Giammai la cima per soffiar de’ venti. Che sempre l’uomo, in cui pensier rampolla Sovra pensier, da sè dilunga il segno Perchè la foga l’un dell’altro insolla
Che poteva io più dir se non — I’ vegno? Dissilo, alquanto del color cosperso Che fa l’uom di perdon talvolta degno.
Intanto per la costa di traverso Venivan genti innanzi a poco a poco Cantando Miserere a verso a verso.
Quando s’accorser ch’io non dava loco Per lo mio corpo al trapassar dei raggi, Mutar lo canto in un O lungo e roco. E duo di loro in forma di messaggi Corsero incontra noi a dimandarne: Di vostra condizion fatene saggi.
E ’l mio Maestro: Voi potete andarne E ritrarre a color che vi mandaro Che ’l corpo di costui è vera carne. Se per veder la sua ombra ristaro, Com’io avviso, assai è lor risposto: Facciangli onore ed esser può lor caro.
Vapori accesi non vid’io sì tosto Di prima notte mai fender sereno Nè sol calando nuvole d’agosto, Che color non tornasser suso in meno, E giunti là, con gli altri, a noi dier volta Come schiera che corre senza freno.
Questa gente, che preme a noi, è molta E vengonti a pregar, disse il Poeta, Però pur va ed in andando ascolta.
O anima che vai per esser lieta Con quelle membra con le quai nascesti; Venian gridando, un poco il passo queta. Guarda se alcun di noi unqua vedesti, Sì che di lui di là novelle porti. Deh, perchè vai? Deh, perchè non t’arresti? Noi fummo tutti già per forza morti E peccatori infino all’ultim’ora: Quivi lume del ciel ne fece accorti Sì che pentendo e perdonando, fuora Di vita uscimmo a Dio pacificati Che del desio di sè veder, ne accora.
....Perchè ne’ vostri visi guati Non riconosco alcun....
Corridor vidi (notate vidi) per la terra vostra O Aretini....
Non riconosco alcun, ma s’a voi piace Cosa ch’io possa, spiriti ben nati, Voi dite ed io il farò per quella pace Che dietro a’ passi di siffatta guida Di mondo in mondo cercar mi si face.
Ed uno incominciò: ciascun si fida Del beneficio tuo senza giurarlo
Purchè il voler nonpossa non ricida
Ond’io che solo innanzi agli altri parlo Ti prego, se mai vedi quel paese Che siede tra Romagna e quel di Carlo
Che tu mi sie de’ tuoi prieghi cortese In Fano sì, che ben per me s’adori, Perch’io possa purgar le gravi offese.
Quindi fui io (cioè di Fano) ma gli profondi fori Ond’uscì ’l sangue sul quale io sedea Fatti mi furo in grembo agli Antenori. Là dov’io più sicuro esser credea, Quel da Esti il fe’ far che m’avea in ira Assai più là che il dritto non volea. Ma s’io fossi fuggito in vêr la Mira, Quand’io fui sovraggiunto ad Oriamo, Ancor sarei di là dove si spira. Corsi al padule e le cannucce e ’l braco M’impigliar sì, ch’io caddi; e lì vid’io Delle mie vene farsi in terra laco.
Poi disse un altro: Deh, se quel disìo Si compia che ti tragge all’alto monte Con buona pïetade aiuta il mio. Io fui di Montefeltro: io son Buonconte. Giovanna e gli altri non han di me cura, Perch’io vo tra costor con bassa fronte.
L’altro piangeva sì che di pietade:
Ed io a lui: qual forza o qual ventura Ti traviò si fuor di Campaldino Che non si seppe mai tua sepoltura? Oh, rispos’egli, a piè del Casentino Traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano Che sopra l’Ermo nasce in Apennino. Là dove il nome suo diventa vano Arriva’ io, forato nella gola, Fuggendo a piede e insanguinando il piano. Quivi perdei la vista e la parola Nel nome di Maria finii e quivi Caddi e rimase la mia carne sola.
Io dirò il vero e tu il ridì tra i vivi. L’Angiol di Dio mi prese e quel d’Inferno Gridava: o tu, dal ciel, perchè mi privi? Tu te ne porti di costui l’eterno Per una lagrimetta che ’l mi toglie, Ma io farò dell’altro altro governo Ben sai come nell’aere si raccoglie Quell’umido vapor che in acqua riede Tosto che sale dove il freddo il coglie. Giunto quel mal voler, che pur mal chiede, Con lo intelletto, ei mosse il fumo e il vento Per la virtù che sua natura diede. Indi la valle, come il dì fu spento. Da Pratomagno al gran giogo coperse Di nebbia e il ciel disopra fece intento, Sì che il pregno aere in acqua si converse: La pioggia cadde ed ai fossati venne Di lei ciò che la terra non sofferse. E come a’ rivi grandi si convenne, Vêr lo fiume real tanto veloce Si ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce Trovo l’Archian rubesto, e quel sospinse Nell’Arno, e sciolse al mio petto la croce Ch’io fei di me quando il dolor mi vinse: Voltommi per le ripe e per lo fondo Poi di sua preda mi coverse e cinse.
a te fia bello L’averti fatta parte per te stesso.
Deh, quando tu sarai tornato al mondo E riposato della lunga via, Seguitò il terzo spirito al secondo Ricorditi di me che san la Pia. Siena mi fe, disfecemi Maremma: Salsi colui che inanellata pria Disposando m’avea con la sua gemma.
La ruina che nel fianco Di qua da Trento l’Adice percosse
Sì com’a Pola presso del Quarnaro