Italian poem
Primo Maggio Mdcccxcv
Passano lenti. Un lampeggiar febbrile arde a ciascuno il ciglio. Passan solenni e da le dense file non si leva un bisbiglio.
Toccandosi le mani ognun di loro cerca il vicin chi sia. Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, quella è una man di spia.
Sotto l'aspra fatica e il reo destino molti già son caduti, molti il carcer ne tiene od il confino, e pur sono cresciuti.
Striscia il gran serpe de la folla oscura dei ricchi su le porte. Dentro, nello stupor de la paura, si ragiona di morte.
Intanto il passo de la muta schiera allontanar si sente e nel silenzio de la fosca sera spegnersi lentamente.
Ecco allora Epulon, vinto il terrore socchiude l'uscio e guata e dice: «lode a Crispi ed al Signore, anche questa è passata!»
* * *
È passata, ma invan te ne compiaci ne l'allegre parole. Son gli antichi rancor troppo tenaci per tramontar col sole.
Nel ferreo pugno non hai più la plebe che serva un dì schernivi: germina l'odio da le pingui glebe che mieti e non coltivi.
Ne le officine fumiganti e nere contro te si cospira: sotto la casa tua, ne le miniere, pronta allo scoppio è l'ira
e mal ti gioverà crescer guardiani a le porte sbarrate; l'armi custodi del tuo aver, domani da chi saran portate?
Chi ti difenderà domani, quando le turbe mal nudrite assedieranno le tue case, urlando: «è il primo maggio: aprite?»
Oh, ben gli sguardi noi tendiam levati a l'avvenir fecondo e tu chini la fronte! I tuoi peccati hanno stancato il mondo.