Italian poem
XIII
Gocciava dai rami bagnati la nebbia salita dal piano e l’umida stesa dei prati non era che un largo pantano.
Il vento ne’ lunghi ululati avea qualche cosa d’umano; gracchiavano i corvi affamati lontano, lontano, lontano.
Ma pur se, cedendo al destino, morivan le tarde vïole anch’esse nel nostro giardino;
in faccia alle squallide aiuole, nel buio del nembo vicino, sognavo la gloria del sole.
Sognavo che il sol trionfante salia nell’azzurro profondo. La terra schiudeva all’amante le valve del grembo fecondo,
ne’ boschi olezzavan le piante fiorite all’aprile giocondo; un fiotto d’amor spumeggiante bollìa nell’arterie del mondo.
In cielo canta van gli uccelli, un’aura di nozze saliva aulente dai bocci novelli
e in faccia alla festa giuliva de’ sogni più cari e più belli, la speme nel cor mi moriva.