Italian poem
XIV
Fitte nel capo mio ronzan le rime come nell’alvear d’api uno sciame, che colse il miei dalle corolle opime nel vagabondo errar da stame a stame.
Lo colse per le valli e per le cime, senza fren di regina o di reame, e se il libero voi non fu sublime, l’ala fu pari alle modeste brame.
L’alba le vide uscir col primo lume e la sera tornar nell’ore estreme, pel seren, per la piova e per le brume
ed io che tutte le conosco a nome, le veggo lavorar ronzando insieme e poi fuggir di nuovo e non so come.
Api vestite d’or, strette in cintura, senza posar giammai da mane a sera, sotto il bacio del sol l’ala leggera aprono spensierate alla ventura
nè, se ben picciolette, hanno paura, chè ciascuna di lor fatta guerriera, sa una lama snudar sottile e fiera, che gocciola velen nella puntura;
e guai se l’offensor non si ritira, poichè tutte su lui volano a gara e non lo lascian più finchè respira.
Chi le stuzzica dunque in sua malora sappia che presto ed a suo danno impara che la rima è velen, che il verso fora!