Italian poem
XXX
Quando vividamente in ciel la sera le fiamme del tramonto accoglie in sé, e nel bacio del sol s’alza Caprera su l’onda rotta che le mugge al piè
il vigile nocchier volge le attente luci a la tomba che da lungi appar, l’orecchio intende ed una voce sente alta e sonora sul deserto mar,
che dice: «O madre Italia, io t’ho lasciato un retaggio di gloria e di virtù: madre dei forti, dove l’hai gittato, che Garibaldi non ricordi più?
E pure il vento un lungo suon di trombe, quasi chiedenti aiuto, a te recò! e pure un cupo brontolar di bombe su l’onda sacra nell’Egèo passò!
Spenta è dunque l’idea che forti mosse a ribellar le tue cento città? Dunque non ci son più camicie rosse per le battaglie della libertà?
Dove dorme ormai chi la parola del tuo Vangelo al popolo bandì, e col capestro attraversato in gola benedisse il tuo nome e poi morì,
chi sul campo il sangue suo t’offrìa, il sangue generoso, e lo versò quando nel singhiozzar dell’agonia col viva dell’addio ti salutò?
1 miei Mille ove son, belli e giulivi tra la mitraglia, di Milazzo al piè?... No, se in tanta viltà giacciono i vivi, si leveranno i morti intorno a me!
Venite, o morti miei! Sovra i fumanti spaldi, superba la bandiera sta. Carabinieri genovesi, avanti! La tromba squilla ed il nemico è là!
Di questa Europa vil chi più si cura, che sui deboli scende ad infierir? Lasciatela affogar nella paura, la sozza vecchia che non sa morir.
Che se cercasse alcun questa favilla spegner, che tanta fiamma accender può, forte città dove nascea Balilla, levati tutta per risponder — no! —