Italian poem
XXVIII
Poveri morti miei, che mi chiamate con voi dalla remota oscurità, vorrei vivere ancor poche giornate per questi figli e poi venir costà.
Il mio santo dover sarà compiuto quando il nido potranno abbandonar, quando nel dì dell’ultimo saluto tranquillamente li potrò baciar.
Allora, oh allora chiuderò contento gli occhi che il sol non rivedranno più e il capo piegherò senza un lamento per questa vita che crudel mi fu.
Poveri morti, e voi m’accoglierete come il figlio lontan che ritornò; quel che avviene quassù domanderete e come in sogno io vi risponderò.
Nel mondo che lasciai, poveri morti, l’uomo e la donna son malvagi ancor, portan la croce i deboli pei forti, la vita è piena d’odio e non d’amor.
È segno di virtù l’esser crudele, segno di debolezza è la bontà. Si mangia in ogni casa il pan col fiele, agro di bile e di perversità.
L’istinto del dover più non rimane dove la Borsa le sue porte aprì. Se lavoro non c’è, rincara il pane e se il volgo ne muor, meglio così.
La terra pei ladroni è paradiso e le commende fan rubar di più. Il ministro di Dio s’è circonciso e tien banco all’insegna di Gesù.
Che se tarda dal ciel vien la saetta e il Sant’Ufficio mal si regge in piè, i vescovi oramai chiedon vendetta per uno scherzo, ai Giudici del Re.
Fino al Genio latin sincero e sano, che vivea di giustizia e verità, Zaratustra parlò che al Sovrumano dice bello il delitto e la viltà.
La rea fortuna e le stagion mutate han guasto l’aria ed hanno infetto il suol, l’inverno è caldo e nevica l’estate, la terra è stanca e si raffredda il sol.
Così la vita non ha più conforti di fede, di bellezza e carità.... Oh, meglio, meglio assai, poveri morti, dormir nel buio dell’eternità.
Meglio dormir dove il silenzio serba la maestà solenne del dolor, meglio dormir con voi, là dove l’erba cresce tacendo e non si coglie il fior.
Eppure.... ahimè, felicità perfetta nemmen tra i morti ritrovar si può! Non conoscono ancor la bicicletta e allora non c’è gusto! Aspetterò.