Italian poem
XXVII
Al cospetto delle genti l’Aspettato alzò la voce: «Pace ai buoni, ai sofferenti «che confessano la croce «da cui sparsi moribondo «l' innocente sangue mio «e pagai dinanzi a Dio «tutto il debito del mondo!
«Sono il verbo del Signore «son la vita e son la luce «che feconda il campo in fiore, «che riscalda e che produce. «Sovra il culmine dei monti «cresco l’ilice superba, «movo il sommolo dell’erba «lungo il margine dei fonti.
«Pace agli umili aspettanti «il giudizio che promisi; «pace all’anime penanti «degli oppressi e dei derisi. «Per l’abbietto è la mia gloria, «pel caduto il mio perdono. «Tutti a me venite! Io sono «la giustizia e la vittoria! *
Così disse. Affettuosa discendea sui cor la voce, quando un’ombra mostruosa si levò dietro la croce e in quell’ombra un ceffo immondo con la bocca spalancata fuoco e tabe attossicata vomitò sul triste mondo.
Indi l’acqua inverminita brulicò di biscie attorte; sulla terra inaridita stette l’ombra della morte; arse il ciel di vampe immense e levossi un ululato furibondo, disperato, che in un rantolo si spense,
ed il mostro audacemente affermò: «Sono il Nemico! «Io soltanto, umana gente, «ti governo e t’affatico. «Son la peste, son la guerra, «sono il fulmine improvviso.... «regna Iddio nel paradiso «ed io regno in questa terra!»