Italian poem
XXVI
Ed or che in bocca la civil rampogna il ferro ti recide, Verre, beato nella sua vergogna, Verre, il ribaldo, ride
e tripudia dicendo: — «In tuo malanno, «lingua troppo sincera, «ora i complici miei m’assolveranno «e non andrò in galera;
«anzi, grazie all’eroe che t’ha mandato «finalmente all’inferno «la bigamia, le corna e il peculato «torneranno al governo!»
Verre, t’inganni! Nel mortal duello non fu tua la vittoria. Con un colpo di spada o di coltello non si uccide la Storia:
Doma dallo scudiscio e dallo sprone l’Italia è cieca e sorda, ma il sangue che grondò per tua cagione la Storia lo ricorda
ed ella sa che il labbro tuo sorrise gustando la vendetta, ella sa che la rea punta che uccise sei tu che l’hai diretta.
Fuma di sangue la Sicilia, prima sempre alla gloria e al lutto, il sangue giovenil d’Abba Carima non è per anche asciutto
ed ecco sangue ancora è scaturito dall’opre tue furtive; ma la storia in quel sangue intinge il dito apre il suo libro e scrive.
Scrive — «L’uno a virtù volse l’intento, «l’altro fu disonesto» — Scrive — «Quegli lottò fin che fu spento «e chi l’uccise è questo!» —
Or va! — Superbo, com’è tuo costume, Verre, sorriderai, ma la scritta di sangue in quel volume non si cancella mai!