Italian poem
XXVI
Mi son lasciato dir: — «Ma non t’avvedi che non ci garban più questi sonetti, questi epigrammi a coppia, in cui ci metti quel sempiterno Monsignor tra i piedi?
La storia è lunga ormai più che non credi, le tue son rifritture e non concetti. Altro vogliam da te, vecchio Stecchetti, e le fischiate avrai se non provvedi» —
Via, non avete torto, anzi consento che vi cominci, a diventar stantìo questo reverendissimo argomento;
ma se del poco e vii denaro mio Monsignor che lo palpa è pur contento, lasciate un po’ che me lo goda anch’io.
Era un duello. Egli m’avea sfidato prefiggendomi l’armi, il luogo e l’ora. Io, povero babbeo, ci sono andato, ma il prode sfidator non venne fuora.
Vidi un procurator, qualche avvocato e i Giudici del campo in mia malora. Han discusso, han dormito, hanno sudato, ma il prode sfidator l’aspetto ancora.
Solo i padrini suoi disser: — «Sentite: il condottier che le Romagne ha dome, oggi non può venir. Soffre d’otite». —
Otite? Io le darei tutt’altro nome e se siamo d’accordo, acconsentite ch’io mi diverta col malato.... e come!