Italian poem
XXXI
Non puoi dunque dormir, Re Ferdinando, tra i putridi antenati che, il sozzo lembo del sudario alzando, levi la testa e guati?
E dici — «Ah, se il Signor non mi prendeva, sarei pur degno anch’io di questa civiltà che mi diceva la negazion di Dio!
Sovra i sudditi miei fatti ribelli piover le bombe io feci, ma l’Europa civil manda i vascelli al massacro de’ Greci.
Nel sepolcro che fai che non ti levi, general Filangieri? Vieni a veder come i tuoi degni allievi ammazzan volentieri;
vieni a palpar, come a Messina, i buchi fumanti del bersaglio; vieni a veder quanti fedeli eunuchi fan la guardia al Serraglio;
come sanno schiantar da la trincea la croce insanguinata, come ingrassano i corvi a la Canea di carne battezzata!
Domani impiccheranno. Intanto i morti marciscon senza tomba.... Eppure io non negavo il beccamorti e mi chiamavan Bomba!»
Così ben dici, o vecchio Re, contento di questi tuoi nepoti, oggi birri del turco e, al buon momento, birri dei sacerdoti.
Ben dici e sfreni con superba gioia il riso alto e sonoro, tu che, regnando con la forca e il boia, fosti miglior di loro.
Ma questo almen ti affligga e dei ferini gaudi il tripudio arresti, che tra i bombardatori e gli assassini non c’è chi tu vorresti.
Vedi? Quando le navi alzan la gala, manca la tua bandiera, e il tricolor che sventolò a Marsala non guida più la schiera;
nè tra gli squilli che, salendo in alto, vibrano in ciel sublimi, s’ode la tromba che suonò all’assalto sotto Calatafimi.
Memori ancora de la nostra istoria, del Gianicolo in vetta, cinta d’un trionfal nimbo di gloria, vediamo un’ombra eretta
che, su la cima quirinal lontana figgendo le pupille, chiede: «Potresti ereditar Mentana e mitragliare i Mille?»