Italian poem
XXXII
Povero fascio d’ossa tribolate che recammo ier notte alla Certosa, per le vie desolate sotto la pioggia fitta e freddolosa,
povero fascio d’ossa ove la mente soffrì dell’infelice ora sepolto, riposi finalmente entro al sudario in cui t’abbiam raccolto?
Ahimè che triste notte! Il freddo vento l’eco parca recar d’urli lontani, lungo come un lamento s’udìa pei campi l’uggiolar dei cani
e seguivam per fracidi sentieri del carro funeral la pigra rota dietro al chiaror de’ ceri che tremava sull’erba e sulla mota.
La bara, come in lagrime, gocciava della gelida piova alla percossa e così se ne andava la giovinezza tua verso la fossa!
Felice in questo almen che più non senti l’antico del dolor morso tenace! Noi restiamo ai tormenti, tu dormi il sonno dell’eterna pace.
E pure.... invan la verità ci mostra la fossa in cui per sempre avrai dimora, che nell’anima nostra, nel memore pensier rivivi ancora
e parliamo di te come aspettato negl’intimi colloqui a cui venivi.... Perchè non hai bussato oggi a quest’uscio che una volta aprivi
e con la faccia tua buona e sincera al fido crocchio tra le ciarle usate non vieni questa sera a dirci — Amici miei, mi ricordate? —
Perchè coi motti dell’ingegno arguto non torni a rider più meco in disparte? Perchè non sei venuto almeno a dirmi addio, come chi parte?
Ahi, quell’addio che dar tu mi dovevi io lo dissi alla tua memoria cara, ma tu non l’intendevi, povero fascio d’ossa entro la bara,
povero fascio d’ossa tribolate che recammo ier notte alla Certosa, per le vie desolate, sotto la pioggia fitta e freddolosa!