Italian poem
Canzone epitalamica per nozze delli sigg. Zappi Maratti
by Paolo Antonio Del Nero (1666–1718)
Sulla Riva del Penèo Stava Dafne ancor fastosa In pensar che disdegnosa Già deluse il Nume Ascrèo, Ch’a rapirla mentre corse, Divenir Lauro la scorse. Corsi avea mille e mill’anni Da quel dì che mutò forma, Nè però l’antica norma Perdè mai tra i propri danni; Ch’ella ancor vegeta, e vive Di sue voglie acerbe e schive. De’ suoi rami all’ombra verde Mille inganni eran conversi Con gran lodi, e vaghi versi, Quali il vento pur disperde, Ch’a ben pochi ella risponde Coll’onor delle sue fronde. Solo un dì vicino a lei Diè di man Tirsi alla Lira, Con la qual tai grazie spira, Che innamora Uomini e Dei. Bella Dafne, egli dicea, Bella Dafne, amata Dea, Dunqu’è ver, ch’ancor tu serbi Fra tue brame inique e crude In sembianza di virtude I tuoi genî più superbi? Dunqu’è ver che mai non pensi Di mutar gli antichi sensi? Se cangiar gli aspri costumi Tu volessi e il cor feroce, Tenterei con la mia voce Di placar gl’irati Numi: E far sì, che in le tue forme Novamente ti trasforme. Non è sol d’Orfeo la Cetra, Che da’ regni della Morte La smarrita sua Consorte Ritirar col canto impetra: Cangia omai l’usanza rea, Bella Dafne amata Dea. A tal dir rise ciascuno, In udir, com’ei ricorda Vecchi amori ad una sorda, Ch’ora è tronco oscuro e bruno; E rideano: chè il lamento Sparga Tirsi invano al vento. Ma la Ninfa, che tra i rami Riteneva umana mente, Pensa udir Febo presente, Che all’antico Amor la chiami: Tal le sembra al biondo crine, E alle Rime alte e divine. Omai stanca di star sempre Sotto il vel di dura scorza, Apre il cuore a nuova forza, Che l’invoglia a cangiar tempre: Volge a Tirsi il vago ciglio, E d’amar prende consiglio. Cesse appena al nuovo affetto Che ogni ramo si disciolse: E alla prima effigie volse Il bel volto, il fianco, il petto: Tal se ’n va la rozza vesta Col rigor ch’ella detesta. Era pur bella a vederse Da quel tronco apparir fuore, Con miracolo maggiore D’allor quando i rami aperse: Poichè puote lunga etade Conservar tanta beltade. Nero ha il crine, e bianco il volto, Come l’Alba in Orizzonte, Che ha la notte in sulla fronte, Ed il dì nel viso accolto. Non così bella sorgea Dalle spume Citerea. E pentita dell’asprezza Già mostrata al caro Amante, Verso lui muove altrettante Dolci grazie, e l’accarezza: E poich’altra si ravvisa Cangiar nome ancor s’avvisa. Non più Dafne, disse, io voglio, Che verun giammai mi nome: Resti pur l’ingrato nome Alla fronda, ch’io mi spoglio: Resti ancor l’aspro soggiorno, Nè più qui faccio ritorno. Così detto, al dubbio affanno, Ch’ondeggiava a Tirsi in viso, Che non era il Dio d’Anfriso Ben notò: ma dell’inganno Non le increbbe, chè ha gentile Quanto Febo aspetto e stile. Duo bei rami coglie alfine Della sua spogliata fronda, E coll’uno a sè circonda, E coll’altro a Tirsi il crine, Chè ambidue portan corona Nel bel Regno d’Elicona. Che non men di Tirsi appresa La bell’Arte avea la Bella Coll’armonica favella, Che da tanti aveva intesa: Sembra Tirsi il biondo Dio, E la Ninfa Euterpe o Clio. Ma seguendo il suo pensiero, L’alta Coppia il cammin prese, E dell’Arcade paese Cittadini ambo si fero: E la Bella, qual risolse, Qui d’Aglauro il nome tolse. Scese allora il santo Imene, Ch’ambidue stringe ed allaccia: Mentre poi l’un l’altro abbraccia, Risuonar l’acque e l’arene, E rispose il Cielo e l’aura: Viva Tirsi e viva Aglaura.