Italian poem
Quando dall'urne oscure
by Petronilla Paolini Massimi (1663–1726)
QUando dall’urne oscure Placida notte amica Licenzia i sonni e l’ombre molli usate, E cuopre il volto della madre antica Sotto le tenebrose ali stellate, Le più penose cure Tuffansi in Lete, e in ramo, in bosco e in sponda, L’augel, la fera e l’onda Pur trova pace; e posto in bando il duolo L’ira obblia, frena il moto e acqueta il volo. Per me pace non viene: E nel comun riposo Sento farsi più grave il mio tormento. Misuro allora con pensier doglioso Quanti Cloto ha filati anni di stento Per mie acerbe pene, E duro campo di battaglia è il letto All’agitato petto, Sicchè nel Ciel par ch’adirati gli Astri Veglin solo a destare i miei disastri. Ma se pochi momenti Nega di posa il Fato All’intrepido cor, sull’arpa d’oro Venga lo spirto di virtute armato, E dalle piaghe mie versi un tesoro D’armoniosi accenti. Sentan l’età future, e n’abbian scorno D’ogni altro stile adorno, Com’io raffreno in sulle luci il pianto Per bella gloria, e lo converto in canto. Poetico furore Agiti l’alma, e affretti Sull’arco armonioso i sacri strali; Ed indi ben mille ferite aspetti 35 l’alta cagion de’ miei perversi mali. Nel bel campo d’onore Fatta scudo a me stessa innalzo un grido, E il mio martir disfido: L’affronto e il vinco, e sotto giogo acerbo Traggo il reo dal sepolcro e in vita il serbo. Incatenato poi Della gloria al confine, Guidatel voi, Castalie suore elette, Ove l’irreparabili ruine Pianga con luci di veleno infette; Poichè sin là con voi Giungere a me non lice, e troppo ho stanco Per tante cure il fianco. Altri pur giunga al sospirato lito, Che a me basta l’onor d’averlo ardito. I primieri vagiti Udì dalla mia cuna Con torvo aspetto empio Saturno e fiero, E i primi pianti la crudel Fortuna Serbò per semi del suo sdegno altero. Con turbini infiniti Scosse il tenero fior de’ miei verdi anni Moltiplicando affanni Maligna stella, e i giovanili allori Pianser per altro, che per folli amori. Se di gemme natìe Arricchì le mie fasce, Che com’idoli suoi il Volgo adora, Oh quante dure inusitate ambasce Sott’altro manto vi coperse ancora! Delle rapaci arpie Pendon, disperse anch’elle in rei consigli, Dai sanguinosi artigli, Nè v’è chi n’abbia pensamento, o cura, Toltane la mia cruda aspra Sventura. Voi, che nel Ciel movete, Intelligenze eterne, I varj aspetti di tant’astri e tanti, Perchè nel giro delle sorti alterne Sol per me siete immobili e costanti? Ma se così volete, Al sesso imbelle altr’arme non avanza, Che altrettanta costanza: Non è poca vittoria e poca palma In debil spoglia trionfar coll’alma. Bella virtù reina, Tu, che del vero Giove Pallade, uscisti dall’eterna mente, Seconda tu le gloriose prove, E tu abbassa per me l’asta possente. Di luce alma e divina, Cuopri l’oscura mente, ond’io men vada Per men battuta strada Calcando inaccessibili sentieri Col petto esposto agli Aquilon più fieri. Se la superba e cieca Saettatrice infesta Della terrena spoglia ov’io son chiusa Oltraggio a fiori momentanei appresta, con fredda mano in rio veleno infusa, Sollievo all’alma arreca, Togliendo il peso alle doppie ali, ond’ella Alla natìa sua stella Si volge, e il molle vaneggiar de’ sensi Mira con scherno da quegli Orbi immensi. All’erto della Gloria Dov’eterne ghirlande Fann’ombra illustre all’onorate fronti, Non va per via fiorita anima grande; Ma fia che molti e varj mostri affronti. D’Alcide la memoria Non langue ancor per volger d’anni, e l’arte Più che in fugaci carte, Intorno ai marmi e intorno ai bronzi suoi, Suda e risuda a immortalar gli Eroi. Dunque l’ampia farètra Vuoti pur nel mio seno Nimica Sorte: avrò sempre costante (Come di pietra il nome) il cor ripieno Di tempre d’inflessibile diamante. Sì sì su questa pietra Arruoti l’arme e n’usciran faville Di gloria a mille a mille, E sveglieran l’incendio in cui desio Morir Fenice e superar l’Obblio.