Italian poem
Mentre già sazio dalle piagge apriche
by Petronilla Paolini Massimi (1663–1726)
MEntre già sazio dalle piagge apriche Tornava il gregge, e passo passo intorno L’ombre scendean dalle montagne antiche, Diman, diceami Alfeo, col nuovo giorno Nascerà l’Anno nuovo: or piaccia al Cielo Dartelo qual più vuoi di grazie adorno. Io che credea, che col purpureo velo L’Alba accogliesse il nobil parto, e il Sole Lo difendesse dalle nevi e il gelo; Quando è più oscura la terrena Mole, Ed a custodia delle bianche Agnelle Il fidissimo Can vegliar più suole, In parte andai dove tra queste e quelle Più basse collinette ergesi un monte, Atto a mirar più da vicin le stelle. E della parte Orientale a fronte Ferma, l’opra attendea del gran natale, Come uom ch’aspetti illustri cose, e conte. Or quivi Asterio il buon Pastor, che vale Tanto col disco e colla fromba, e tanto Sovra ogni uso mortal cantando sale, Venne per l’orme mie pensoso, e intanto Non s’era l’Aura mattutina ancora Desta; ed in dir così, sedemmi accanto Fidalma, e qual desio ti trasse fuora Della capanna in sì rimota parte, Pria ch’esca in Cielo la vermiglia Aurora? Forse hai vaghezza di mirar quant’arte Pose l’eterna infaticabil Mente In quei che noi chiamiam Saturno e Marte? O qualch’altro pensier mesto e dolente Ti toglie al sonno, onde la stanca salma Tutto il rigor della stagion non sente? Amor non è: chè la tua gelid’alma Amor non prova; o se lo prova, è solo Desio di gloria, avidità di palma. Risposi allor: Come! non sai che il Polo Sta per dar fuori l’anno nuovo? ed io Quì venni a vagheggiarne il primo volo. Mel disse Alfeo quando passammo il rio, E al picciol guado Fronimo divise Il numeroso suo dal gregge mio. Asterio allor del mio pensier si rise, E in parlar grave del novello giorno Soavemente a ragionar si mise: Volgesi il Ciel con tante stelle intorno All’ampia Terra, e la feconda, e muove Virtù, ch’empie di frondi il faggio e l’orno. Nè perchè colassù Venere o Giove Cangino aspetto, fia che il basso Mondo L’antichissime sue forme rinnuove. Sempre hanno influsso placido e giocondo Gli Astri; e per scusa dell’uman fallire Altri infausto lo crede, altri secondo. Dal nostro or regolato, or reo desire Pendon le sorti, e volontario è il danno, Che muove in petto nostro amore ed ire. Nè creder tu, perchè risorga l’anno, Che i primi ordini suoi muti Natura, Se il vero udii pur da color che sanno. Questa, che al tempo instabile misura Noi diamo, è come in picciol vetro accolta, Che in sè sempre si volge, arena impura. Ei dalla prima memorabil volta, Che sciolse i vanni, irreparabilmente Fugge, e il nostro pregar mai non ascolta. Là nell’ampie Cittadi usa sovente La sciocca turba a vil guadagno intesa Favoleggiar di lui per l’Uom potente. Augura lieta ogni futura impresa, E cuopre il cor sotto contrario manto, Conversa in lode la celata offesa. Fidalma mia, quanto è diverso, oh quanto Il nostro innocentissimo costume Da chi mutata ha la menzogna in vanto! Le mense liete, e l’oziose piume Con tanti vani titoli d’onore Han quasi tolto alla Ragione il lume. Andiam, chè già del suo natio splendore S’imbianca il Cielo, e muove il corso usato Il bel Pianeta che distingue l’ore. Tu godi intanto il tuo felice stato. E in ogni tempo il buon voler sia scorta A quanto cela a gli occhi nostri il Fato. Ei d’alto regge il corso agli anni, e porta Gli ordini eterni di colui che ha cura Di noi, ch’andiam per via smarrita e torta. Goditi il Ben, che nella mente pura Serve di sprone a miglior voglia, e sprezza Ciò ch’un affetto reo cangia in sventura. Più volea dir l’altera mente, avvezza A maggior cose, del Pastor felice, Tanto ebbe in grado allor la mia sciocchezza. Or nella istessa forma a te predice, Fidalma, il resto del comun viaggio: Che in ogni luogo, e in ogni erma pendice Va lieto il Forte, ed è contento il Saggio.