Italian poem
Grazie agl'inganni tuoi
Grazie agl’inganni tuoi Alfin respiro, o Nice, Alfin d’un infelice Ebber gli Dei pieta: Sento, da’ lacci suoi Sento, che l’alma è sciolta; Non sogno questa volta, Non sogno libertà. Mancò l’antico ardore, E son tranquillo a segno, Che in me non trova sdegno IPer mascherarsi Amor. Non cangiò più colore Quando il tuo nome ascolto; Quando ti miro in volto Più non mi batte il cuor. Sogno, ma te non miro Sempre ne’ sogni miei; Mi desto, e tu non sei Il primo mio pensier. Lungi da te m’aggiro Senza bramarti mai; Son teco, e non mi fai Nè pena, nè piacer. Di tua beltà ragiono, Nè intenerir mi sento; I torti miei rammento, E non mi so sdegnar. Confuso più non sono Quando mi vieni appresso; Col mio rivale istesso Posso di te parlar. Volgimi il guardo altero, Parlami in volto umano; Il tuo disprezzo è vano, E vano il tuo favor: Che più l’usato impero Quei labbri in me non hanno; Quegli occhi più non sanno La via di questo cuor. Quel, che orm’alletta o spiace, Se lieto o mesto or sono, Già non è più tuo dono, Già colpa tua non è: Che senza te mi piace La selva, il colle, il prato; Ogni soggiorno ingrato M’annoia ancor con te. Od, s’io son sincero; Ancor mi sembri bella, Ma non mi sembri quella, Che paragon non ha. E (non t’offenda il vero) Nel tuo leggiadro aspetto Or vedo alcun difetto Che mi parea beltà. Quando lo stral spezzai, (Confesso il mio rossore) Spezzar m’intesi il cuore Mi parve di morir: Ma per uscir di guai, Per non vedersi oppresso, Per riacquistar se stesso Tutto si può soffrir. Nel visco: in cui s’avvenne Quell’augellin, talora, Lascia le penne ancora, Ma torna in libertà Poi le perdute penne In pochi dì rinnova Cauto divien per prova, Nè più tradir sì fa. So, che non credi estinto In me l’incendio antico, Perchè sì spesso il dico, Perchè tacer non so: Quel naturale istinto, Nice, a parlar mi sprona, Per cui ciascun ragiona De’ rischj, che passò. Dopo il crudel cimento Narra i passati sdegni Di sue ferite i segni Mostra il guerrier così: Mostra così contento Schiavo, che uscì di pena, La barbara catena, Che strascinava un dì. Parlo, ma sol parlando Me soddisfar procuro; Parlo, ma nulla curo, Che tu mi presti fè: Parlo, ma non dimando Se approvi i detti miei, Nè se tranquilla sei Nel ragionar di me. Io lascio un’incostante, Tu perdi un cuor sincero; Non so di noi primiero Chi s’abbia a consolar: So, che un sì fido Amante Non troverà più Nice; Che un’altra ingannatrice È facile a trovar,