Italian poem
Già riede Primavera
GIà riede Primavera Col suo Fiorito aspetto, Già il gran zefiretto Scherza fra l’erbe i fior. Tornan le frondi agli alberi, L’erbette al prato tornano; Sol non ritorna a me La pace del mio cuor. Febo col puro raggio Sui monti il gel discioglie, E quei le verdi spoglie Veggonsi rivestir; E il fiumicel, che placido Fra le sue sponde mormora, Fa eol disciolto umor Il margine fiorir. L’orride querce annose Su le pendice alpine Già dal ramoso crine Scuotono il tardo gel. A gara i campi adornano Mille fioretti tremuli, Non violati ancor Dal vomere crudel. Al caro antico grido Fin dall’Egizie arene La Rondinella viene Che ha valicato il Mar; Che mentre il volo accelera, Non vede il laccio pendere, E va del cacciator L’insidie ad incontrar. L’amante pastorella Già pur serena in fronte Corre all’usata fonte A ricomporsi il crin. Escon le gregge ai pascoli; D’abbandonar s’affrettano, Le arene il pescator, L’albergo il pellegrin. Fin quel nocchier dolente, Che sul paterno lido, Scherno del flutto infido, Naufrago ritornò; Nel rivederlo placido Lieto discioglie l’ancore; E ranmentar non sa L’orror, che in lui trovò. E tu non curi intanto, Fille, di darmi aíta, Come la mia ferita Colpa non sia di te? Ma se ritorno libero Gli antichi lacci a sciogliere, Nò che non stringerò Più fra catene il piè. Del tuo bel nome amato, Cinto del verde alloro, Spesso le corde d’oro Ho fatto risuonar. Or, se mi sei più rigida, Vuo’ che i miei sdegni apprendano Del fido mio servir Gli oltraggi a vendicar. A nò, Ben mio, perdona Questi sdegnosi accenti; Che sono i miei lamenti Segni d’un vero amor. S’è tuo piacer, gradiscimi; Se così vuoi, disprezzami; O pietosa, o crudel Sei l’alma del mio cuor.