Italian poem
IV (Tuidledum e Tuidledì…)
by Silvio Spaventa Filippi (1871–1931)
Tuidledum e Tuidledì si sfidarono a duello: Tuidledum a Tuidledì avea rotto un campanello. Proprio allora volò un corvo nero assai più della pece: ei guardò gli eroi sì torvo che ambedue scappar li fece.
Dardeggiava il sol sul mare col suo massimo vigore, chè volea l’acqua appianare e prestarle il suo splendore. Strana idea, ch’era già notte fonda come in una botte.
Ahi, la luna a viso afflitto su lucea languidamente, e dicea: "Con che diritto a quest’ora è il sol presente ? È scortese, e dico poco, a guastarmi così il giuoco."
Era il mar più che bagnato, più che asciutta era la rena: senza nubi il ciel stellato, perchè l’aria era serena; non volava uccello alcuno... non ce n’era neppur uno.
Camminavan con piacere il Tricheco e il Legnaiuolo, ma che pianto nel vedere tanta sabbia sparsa al suolo! Disser tosto, senza asprezza: "Se si spazza, che bellezza!
Se tre serve con tre panni stesser notte e dì a spazzare" fe’ il Tricheco — "in tre o quattr’anni, la potrebbero levare." "Chi sa!" — fece il Legnaiuolo, e piangea da un occhio solo.
"O bell’Ostriche, sul lido come è dolce passeggiare!" fe’ il Tricheco: "Il vostro nido or lasciate in fondo al mare; ed in nostra compagnia state un poco in allegria."
Lo guardò l’Ostrica vecchia, ma una sillaba non disse, strizzò l’occhio e in un’orecchia un’unghietta si confisse, quasi a dir di non volere di lì togliersi a giacere.
Ma tre Ostriche piccine accettarono l’invito, ed uscir con le vestine bianche e il viso assai pulito, senza piedi — è naturale — ma con scarpe di coppale.
Altre tre seguir le prime, poi tre altre in un istante, ed infine sulle cime delle spume, tante e tante, che saltando d’onda in onda s’aggrappavano alla sponda.
Il Tricheco e il Legnaiuolo si diresser lungo il mare, e sull’argine del molo stetter quindi a riposare. Tutte in fila, curiosette aspettavan le Ostrichette.
"È già l’ora" fe’ il Tricheco, "di parlar di molte cose, di corazze... e scarpe... e greco, di prezzemolo e di rose, e perchè di marmo è il mare, e se il bue sta sull’alare."
Disser l’Ostriche: "Aspettate un momento pel discorso; siamo grasse e siam sudate, più d’un miglio abbiamo corso!" Fece il Legnaiuolo: "Bene, riposarvi vi conviene."
"Ciò che occorre sopratutto", fe’ il Tricheco, "è un po’ di pane, pepe, aceto, burro e tutto, per il pasto di stamane. Siete già, Ostriche care, pronte per il desinare?"
"Non con noi!" gridâro a un tratto tutte le Ostriche atterrite, "voi, così gentili, un atto così fello concepite?" "Bella notte!" fe’ il Tricheco: "ammirate il cielo meco?
Con voi tutto io mi consolo, squisitissime Ostrichette." Interruppe il Legnaiuolo: "Son sottili queste fette, falle grosse; ho un appetito, formidabile, inaudito!"
"È un infamia questo tiro", fe’ il Tricheco. "Poverine! dopo un così lungo giro macerarle in salsa fine!" L’altro fe’ con un sussurro: "Spargi, caro, molto burro."
"Per voi piango," fe’ il Tricheco, con parole assai commosse. Ne ripete i pianti l’eco, mentre ei sceglie le più grosse, e di lagrime un ruscello va asciugandosi bel bello!
Disse il Legnaiuolo: "Care mie, la gita è stata bella! Se tornar volete al mare, ce n’andremo in comunella." Ma — mangiate ad una ad una — non rispose — ahimè! — nessuna.