Versos Italian Tommaso Crudeli Oh possente Armonia

Italian poem

Oh possente Armonia

by (1702–1745)

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Oh possente Armonia, io questo a te consacro tributo grazïoso del verso vario e sacro e del dolce sonante inno festoso. La provida Natura rimira con piacere il sommo tuo potere, e lascia alla tua cura l’opere sue più belle, il gran moto del sole e delle stelle.

Quando l’argiva nave del tempestoso mar l’instabil onda prima affrontò, per te di Tracia il musico soave dalla dorata fluttüante sponda alto cantò. Né quelli eroi vedeano, intenti ad ascoltar, gli alberi che scendeano dal Pelio ombroso al mar. A quel canto guerriero il settemplice scudo Giasone dispiegò, e l’ardor giovenil fatto più fiero, ciascuno il ferro nudo in atto di ferire alto levò.

Per te dolente Orfeo del Tartaro profondo i regni ardenti penetrar poteo; poi ritornar sicuro da quell’abisso oscuro. Il flebil canto vinse l’inesorabil Morte, e l’Inferno costrinse a render Euridice al suo consorte.

Per te l’incomparabil Farinello seguito dalle Grazie e dagli Amori, ne i notturni teatri, Orfeo novello, d’ineffabil dolcezza asperge i cuori.

Belle Muse suonatrici, di Parnasso deh lasciate le poetiche pendici. Qui scendete, ed inspirate dal bel labro imporporato venticello regolato, onde il flauto in mesti accenti mormorando si lamenti. L’alte scene rimbombino del numeroso strepito della tromba e del timpano, l’uno acuto e giocondo, l’altro basso e profondo. Risveglino le dita voce di corde d’oro nel cimbalo sonoro, che grato e maestoso nel viaggio armonïoso e la fuga e ‘l riposo agli altri addita.

Ecco egli canta: l’agil voce alata su volubili ruote in mille giri ondeggia per gli aerei sentieri; ora dolce e librata sulle tremule note ci distilla nel cuor nuovi piaceri; ora dal corso usato con felice disordine si parte, e rapisce una Venere amorosa, che nascosa ridea di là dell’arte; or stringendosi al fianco le spazïose piume, con volo ardito e franco s’indora a i raggi dell’etereo lume; e per l’immensa via dell’aerea campagna punte seguirla appena la veloce Armonia sua diletta compagna. Cinta di nuova luce per fulgido cammino dall’alto ecco discende, e dal ciel ne conduce quel concento divino che l’anima sorprende: qual dolcezza in udire scemati a grado a grado i suoi più vivi tuoni, e lei bassa e minuta fra mormoranti suoni dispergersi e morire, in languida caduta; sempre soave, maestosa e vaga, qual Iride celeste, che glorïosa in arco tra colorate nubi alto passeggia, e spiega in ciel la fluttüante veste, dove il raggio del sol scherza e fiammeggia in mobili tinture ora chiare, ora oscure, finché noi di quaggiù con maraviglia miriam l’aureo color, l’azzurro e ‘l verde che manca a poco a poco e si disperde.

Ma qual nuovo diletto giù nell’anima piove? Ah, ch’ei schiude dal petto semplicetta e leggiera l’arietta lusinghiera: ella appena si muove delicata e tremante per la segnata via, ch’ogni infelice amante i suoi tormenti oblia.

L’Invidia teatrale sorpresa il colpo arresta al suo flagel fatale, e gli sciolti serpenti intorno all’atra testa pendon taciti e intenti.

Zeffiri lusinghieri da’ ventagli ondeggianti dolcemente destati, non trascorron leggieri per bei visi infiorati. L’ali lor tremolanti non tuffan nel cinabro o di guancia o di labro, ma su dipinte sete, su gl’intagliati avori, tra preziosi colori, tutte placide e chete le piume lor distendono, quivi il suo canto intendono.

Nell’agitato petto dell’amante geloso il canuto Sospetto a placido riposo i suoi cent’occhi e cento chiude soavemente; né più rimira intento, sdegnoso e taciturno, se sotto l’ombra del ventaglio eburno copra la giovinetta il tradimento.

Amor, che non si ferma nella bassa platea, ma spiega in alto de i dipinti palchetti al dubbio lume le sue purpuree piume, e lassù mille dee ferisce e accende; e talor fra le scene cari lacci e catene e reti d’oro ei tende: ogni ufizio abbandona; indi sopra la testa di te, nobil cantore, il legger volo arresta: qui librato sull’ali, e di mirto e d’alloro intrecciata corona colla man pargoletta alto sostiene. La faretra e gli strali a punta d’oro, la facella e l’altre armi coricide sparse intorno al tuo piè mira, e sorride.

Sola fra tanto giubilo l’amonïosa italica tragedia cinta di fosco orrore né pur solleva in alto la fronte lagrimosa, che le cade nel sen come una rosa carica di rugiade al primo albore. Ma non sì tosto le soavi labbra del musico gentil fan tregua al canto, ch’ella mirando il figlio di Citera fa volar tra’ sospiri e caldo pianto dall’anelante sen questa preghiera: Amor, che in ogni loco voli, ferisci, accendi, se in mezzo a’ miei terror condussi mai trïonfante il tuo foco, il mio giusto pregar, Amor, intendi. Io non sarotti ingrata: un trono d’oro di ammirabil lavoro ti alzerò nel teatro, e sedia avrai ove giacer potrai in languido riposo, se l’atto è lungo, ed il cantor noioso. Questo che tu circondi delle onorate frondi, e n’è ben degno, mio dolce figlio amato, ahi m’abbandona, e se ne va nel fortunato regno attorniato dal mar, dove il Tamigi scorre di navi carco. Amor, tu vedi la pena mia; l’irreparabil danno, dimmi, come soffrir? Altri miei figli nel diviso da noi mondo britanno già se ne andaro; intrepida e sicura tal perdita soffersi: in questo solo tutto del cuor s’alleggeriva il duolo. A chi fidare adesso la mia gloria e ‘l decoro che sol per lui crescea? Nel sen forte e canoro tutte del mio Permesso le Muse ei racchiudea. Egli ardito da ogni nota dolcemente chiama fuora una grazia che innamora, fin adesso al mondo ignota. A’ tuoi strali pungenti, alle tue fiamme ardenti pon mano, Amore, ed alle tue catene di dïamante eterno, riverite nel Cielo e nell’Inferno: ferisci, ardi, incatena il giovinetto audace, sì ch’ei dolce si strugga alla tua face, né possa mai fuggir da questa arena. Rammentali il periglio del musico Arïone e le procelle del mare … – Ah Dea, qui l’interrompe Amore, non perch’ei parta, tu ne perdi il figlio:

Io dell’Alpi nevose nell’orride foreste compagno a lui sarò;

Io nelle piagge ondose del mar tra le tempeste sicuro il guiderò.

Nel teatro britanno corona a lui faranno ben mille deïtà.

A’ dolci accenti suoi un popolo d’eroi attento ei mirerà.

Vedrollo a suo piacer in quei liberi petti comandare agli affetti il sorger e ‘l cader.

Poi rivedrallo Italia ricco di gloria e d’or ne’ suoi teatri spargere armonico tesor.