Versos Italian Tommaso Crudeli O dea dolce amorosa

Italian poem

O dea dolce amorosa

by (1702–1745)

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O dea dolce amorosa, che di soave ardore infiammi il cielo e ‘l primo amante accendi, e fatta all’om graziosa, togli al divin furore l’armi di mano e più benigno il rendi: sallo il cielo, ove attendi colla celeste face a riscaldare i petti degl’almi spirti eletti, portando ovunque vai concordia e pace; sassel la bassa terra, che uscì per te da così lunga guerra.

Tu primiera rompesti l’infrangibil diamante che le porte del ciel chiuse tenea; che dai cori celesti qui d’amore avvampante scendesse un dio, fu tua grand’opra, o dea! Dell’irritata Astrea nel ciel forte guerriero, tu puoi sola addolcire i giusti sdegni e l’ire, e renderla men rigida e severa; te or, Pietà, vorrei, che del divino cuor regina sei.

Lascia dunque del polo l’eterne sfere ardenti, sedi beate all’alme elette e sante, e là dirizza il volo dove l’onde correnti rivolge il Nilo rapido e sonante; qui della fede Atlante, Marco il campione invitto, dolce cura e consiglio dell’increato figlio, da mille strali, ohimè, cadrà trafitto, se tu, bella Pietade, non ti opponi al furor di mille spade.

Ovunque il passo stende il generoso figlio, l’empia turba crudel li segna l’orme: son di lei meno orrende nel lor feroce artiglio le tigri infurïate e l’orso informe. Già freddo e pigro dorme quel suo leon guerriero, ed il vigor natio tutto posto in oblio non è qual pria sì minacciante e fiero, onde potranno gli empi far di lui senza tema acerbi scempi.

Se a te l’eterna mente ha concesso il governo de’ petti umani e l’amoroso impero, tempra l’impeto ardente, e nel rabbioso interno di questa turba rea placa il pensiero; che qual torrente altero accresciuto dall’onde, fremente e minaccioso sen va precipitoso e seco trae alberi, armenti e sponde, e già sul capo augusto del grand’eroe trabocca il flutto ingiusto.

Ahimè, figlia d’amore, sagrosanta Pietade, qual è questa che io veggio orrida scena? Marco, il nobil pastore, ecco che appresso cade, né turba il ciel la luce sua serena? Ahimè, che larga vena dall’impiagato busto, che tramortito langue, scorre di nobil sangue a far porporeggiar quel lido adusto! Ahimè, che il sacro manto rosseggia anch’egli lacero ed infranto!

Ma trovi il cieco orgoglio i più nuovi tormenti ch’abbia il regno dell’odio e della sorte; e tu fatti di scoglio, Pietade, a’ miei lamenti, tinta nel volto di pallor di morte: che il magnanimo e forte eroe, di pura fede il cuor cinto e ricinto, in sul cadere estinto, né pur s’ode gridar mercé, mercede; o morte sì gradita altro per lui non è che nuova vita.

Non così dolce il cigno in su l’erbose sponde del bel Meandro sospirando muore, e il ciel gode benigno alla sua morte e l’onde esultano alle sue voci canore: com’or colma d’ardore, intrepida e ridente, di Marco la grand’alma lascia la fragil salma, e ‘l ciel gl’applaude in nuova luce ardente; e già con l’ali d’oro scende dal ciel de’ Serafini il coro.

- Ecco che a te ne vegno, o sommo re del cielo - d’Alessandria in morir dice il pastore; - abbiasi il basso regno il mio terrestre velo, l’alma sen torni al primo suo fattore; e tu, celeste amore, che a me dal ciel discendi, saettator fornito d’alto fuoco infinito, con che ogni duro giel spezzi ed accendi, infiamma i freddi cuori degl’ingannati miei folli uccisori -.

Canzon che or mesta piangi, or lieta canti, va’ per queste contrade e in flebil suon pietà, grida, pietade.