Versos Italian Tommaso Crudeli Perché pensosa e mesta

Italian poem

Perché pensosa e mesta

by (1702–1745)

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Perché pensosa e mesta pieghi la bella testa verso il candido seno? E nell’occhio raccolto, perché tener sepolto quello sguardo sereno, sollievo fiammeggiante d’ogni infelice amante? Forse novella ingrata or or ti fu recata ch’al dispetto del vento, di Nettunno adirato e del mare agitato è giunto a salvamento in naviglio sdrucito del bel Livorno al porto, e così non è morto, il tuo fedel marito, ch’altro non ha d’odioso ch’il caratter di sposo? Forse quel tuo pedante sì grosso e nerboruto, sì gagliardo e fiancuto, che a te cotanto piace, è ritornato in pace colla cognata amante? Misera giovinetta, sempre a temer costretta che ‘l valente cognato non l’abbandoni ingrato per ir dietro a una chioma inanellata e bionda di qualche signorino che vada alla seconda a storpiarvi il latino. Forse lasciò Livorno quel vago giovinetto per cui Fiorenza un giorno nell’infiammato petto di sdegno arse e d’amore? Ahi che freddo timore, ahi che gelida pena corse per ogni vena a far di ghiaccio il core, a scolorir sembianti di mille e mille amanti, quando lucente acciaro scese sopra quel ciglio, e d’un fiume vermiglio quei bell’occhi inondaro. Qual di Tetide il figlio fe’ doppo amaro pianto l’ira scoppiar più forte, e di Patroclo ucciso Ettore in riva al Zanto cara pagò la morte, tal da greco furor tutta commossa l’innamorata gioventù toscana corse doppo il dolor alla vendetta, per cui tremò nel sen di porcellana l’amaro e reo caffè di Porta rossa. Non tante nello scudo il fiero Aiace aste troiane là nel mar sostenne, quando respinse dalle greche antenne sì funesta agli Achei l’ettorea face, quanti colpi sofferse di Misaìte la crudele spada, tanto che in fine perigliosa aperse tra l’etrusco valore angusta strada; per dove poi fuggito l’eroe micidïale parve fiero cignale, che sanguinoso dal teatro uscito, mentre per la città corre veloce, nello stracciato orecchio il popol mira segni de’ denti del mastin feroce. Sparse intanto la Fama in un momento che di quel volto vago e rilucente fu lo splendore impallidito e spento, che la bocca ridente morde il terreno sanguinosa e guasta, e che nube di morte omai sovrasta del bel fanciullo al fulgido orïente. Al doloroso avviso il chierico lasciò fra le lenzuola, tutta lagrime il viso, la bella serva abbandonata e sola a richiamar nella deserta sponda il fugitivo tonsurato Enea: odi come adopra in vano lamentevole preghiera la Didone cuciniera. Il dragon che vigilante masettante all’Esperidi velate non già guarda i pomi d’oro, ma più nobile tesoro di rotonde e delicate, all’infausto orrendo suono lasciò l’orto in abbandono. Biancheggiante di trinoso bisso sopra verde manto, lascia il coro strepitoso e il solenne augusto canto, e piangente e malinconico corre al caso ogni canonico. Chiama in vano Astrea dolente fugitivo il senatore; di pietà ferito il cuore, a quei detti ei non pon mente; ella allora alza la spada, ma il buon uom corre e non bada. Non tanti dietro a sé condusse Orfeo per la tracia foresta al suono delle corde lusinghiere ombrosi monti colla selva in testa, fiumi, tronchi e macigni, uomini e fere, quanti corsero a tergo, quanti corsero a lato del bel garzon piagato, e·lli fêr compagnia fino all’albergo, a cui si vede innante d’Issïonne la prole mostrüosa versar l’alma orgogliosa sotto la clava d’Ercole pesante. Greco marmo intenerito in gentil fianco adoneo, greco marmo ammorbidito in bel cul ganimedeo, dall’augel quando rapito, dal cignal quando ferito: tu non sei più maraviglia, tu non sei più dolce invito della mente e della ciglia d’ogni nobil erudito; il fanciul ch’oggi è ferito assai più del morto Adone a sé trae l’erudizione. In mirar quel largo seno affannoso e palpitante, che di spirito ripieno manda al labro aura anelante ……………………. ……………………. e nel labro è morto il fiore cui diè Venere il colore, l’antiquario ha nella mente marmo antico ed erudito da Prasitele scolpito, marmo al duol reso obediente, che figura il bel Giacinto quando, ahimè, da Febo è estinto. In mirar l’onda vermiglia, che cadendo ricopriva il bel arco delle ciglia, e la luce semiviva che tra guance iva sfiorite e tra labra impallidite al bel collo in pria nevoso d’atro sangue or nero e tinto, angoscioso, sospiroso tutto ad una voce: - Questo è Abel - dicea - dipinto dal pennel di Guido Reno, quando sotto il colpo atroce del fratel veniva meno -. Nel mirar non più gioconda di bei raggi tesoriera la palpèbre che circonda la pupilla or non arciera, come in van l’occhio difende dall’umor che d’alto scende, e nell’occhio il raggio è fioco cui diè Amor tutto il suo fuoco: - Troilo par - disse il togato - quando sull’altar febeo per amor cadde svenato dalla prole di Peleo, crudel sempre e ferreo cuore e nell’ira e nell’amore. - Barbara educazione - disse allora il pedante - fu la sola cagione che Troilo schizzinoso ucciso fu dal disprezzato amante. O ciel, fusse egli stato da’ pedanti d’Atene o pur di Flora gentilmente educato: io sto per dir che viverebbe ancora! -