Italian poem
Già cessa il metitor col torto ferro
by Tommaso Stigliani (1573–1651)
— Giá cessa il metitor col torto ferro di còrre i frutti del sepolto seme, e sotto l’ombra del fronzuto cerro sta ’l gregge insieme. Fugge ogni fera gl’infiammati lampi, che ’l sole avventa dall’ardente faccia; né alma v’è che per gli aperti campi dimora faccia. O bionda piú della matura spica, ma piú crudel della pungente arista, che qualor vai nella fontana aprica traggi ogni vista; per non venirne all’ombra ove son io, perché or dal camino arder ti fai? infino a quando questo sdegno rio meco terrai? Dunque, t’han le bugiarde altrui parole potuta trarre a prestar fé compita, ch’io ami altra che te, mio caro sole, mio ben, mia vita? Spògliati, semplicetta, i rei pensieri, ch’io non seguo Licori, ancora ch’ella séguiti me, né le mandai l’altrieri la bianca agnella. Bench’egli è vero (acciocché chiaro appaia che falsata han l’istoria a te costoro) che fu ella ch’a me mandò dall’aia un pomo d’oro; su ’l quale era con lettera cavata scritta questa sentenza in corti accenti: «Giace per te Licori, empio, infermata, e tu ’l consenti». Lessila e tosto il dono a terra trassi. Vedi tu, dunque, com’hai meco sdegno per cosa, ond’io sarei che mi lodassi piú tosto degno! — Cosí parlava l’amator selvaggio, quand’ella, alquanto accoltasi la vesta, ridendo seguí oltra il suo viaggio, coll’urna in testa.