Versos Italian Tommaso Stigliani Chi non sa quanto puote

Italian poem

Chi non sa quanto puote

by (1573–1651)

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Chi non sa quanto puote l’umano canto in noi colle vezzose note de’ bei numeri suoi, overo il canto angelico non crede, venga ad udir costei, che ne fa fede. Ella, mentre, sedendo, va co’ taciti avori di sue dita scorrendo gli altri avori sonori, canta in tal guisa e cosí dolcemente, che per l’orecchie i cor fura alla gente. Or volanti passaggi, or affetti e sospiri, ora fughe e viaggi, or riposi e rispiri, ora suole alternar dolci durezze, ora suole intrecciar dure dolcezze. Quando schiude un accento tremolante e soave, quando move un concento armonioso e grave, quand’alto forma il canto e quando basso, quando vivace il fa, quando il fa lasso. E, quasi un rio corrente, qui mormorar appena, lá gemer altamente tu l’odi in nota piena; qui gir quïeta e placida l’ammiri lá gorgogliar con tortuosi giri. Né nuda spada in mano di snello schermidore girò mai per lo vano con sí presto splendore, e sí ratta e sí lieve e sí veloce quanto la bella e delicata voce. Anz’ella, a chi sentendo ne sta l’alta dolcezza, non giá una parendo, ma tre per la prestezza, fa all’orecchie talor l’istesso inganno che le lingue de’ serpi agli occhi fanno. Or quando mai piú vanto si diede alcun d’udire nel paradiso il canto senza prima morire, com’oggi avvien a noi, mentre ch’udiamo questo spirto celeste e vivi siamo? O nel velo mortale angelo dimorante, se ’n ciel si canta tale qual in terra tu cante, io qui, perché lassú ne possa girmi, voglio veracemente or or morirmi. E s’ancor non è giunto alla fragil mia vita il destinato punto della mortal partita, far vo’ sí sante gesta e sí giust’opre, ch’io merti, poi che moia, andar lá sopre. Ché, chi ben mira il vero, tu stata esser non puoi senza divin mistero qua giú mandata a noi; ma a ciò ch’alzando a Dio l’umano zelo, facci la terra innamorar del cielo.