Italian poem
Disoccupato
by Ada Negri (1870–1945)
Alto, lacero, bruno, scamiciato, Con un erculeo torso Di facchino, di fabbro o di soldato Egli aperse la porta impallidendo Era un disoccupato.
Disse: Chiedo lavor, son forte e sano Resisto a la fatica, Ho due braccia di ferro.--Da lontano Vengo: e, son già due mesi, ad ogni porta Batto, pregando invano!...--
Chi gli rispose allora, io non rammento Fu un no secco e reciso. Gli contrasse la faccia uno sgomento Cupo: dal petto uscì rauca la voce Come un singhiozzo lento.
E disse: Per l'amor dei vostri estinti, Non mi lasciate andare. È una cosa tremenda esser respinti Quando si ha fame.--Oh, per pietà, nel nome Dei vostri cari estinti!...--
E disse ancora: Se credete in Dio, Non mi lasciate andare. Sacro diritto a la fatica ho anch'io: È una bestemmia abbandonar chi cade. Quando si crede in Dio!...--
Chi gli rispose allora, io non rammento: Fu un no timido e fioco. Parve ch'ei barcollasse in quel momento: Poi partì, senza un motto, a capo chino, Trascinandosi a stento.
Affascinata, io lo seguii col guardo; E allontanarsi il vidi Lungo la via sassosa, a passo tardo. Su la testa il colpìa del Sol di giugno L'arroventato dardo.
Sparì--ma, come in sogno, il disperato Corso seguir lo vidi, Inutil forza, braccio dispregiato: E avanti, avanti, sudicio, ramingo, Febbril, dilanïato,
Per città, per villaggi, per cascine, Mendicante superbo, Mostrando invan le stimmate e le spine Di sua miseria!... e poi cadere, affranto. Invocando la fine!...
E, curvo il capo, smorta di dolore, Mormorando: perdono,-- Sentii di tutti i secoli l'errore E il rimorso del mondo e la vergogna Pesar sovra il mio cuore.