Versos Italian Ada Negri L'Omicida

Italian poem

L'Omicida

by (1870–1945)

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Orme di sangue scorgo sulla ghiaia. Seguo, in silenzio, la sinistra pèsta. L'aria è pesante. Il ciel cova tempesta, basso così che tocca la petraia.

Sotto l'immota ansia del ciel, le chiazze conto, ancor calde, ancor dolenti, e spio. Nessuno.--È tutto morto, forse.--Ed io unica resto sulle spente razze.

Ma di pietrame dietro un grigio ammasso terminan l'orme--e un uomo s'accovaccia.-- Uomo, chi sei?... Perchè celi la faccia?... Ben fu il tuo sangue a far vermiglio il sasso?...

T'hanno ferito?... ov'è il tuo male?... Lascia ch'io ti lavi la piaga, ch'io t'assista. Guardami....--ah!... mai non vidi su più trista faccia l'orror di più feroce ambascia.

Comprendo. Non è tuo quel sangue. L'hai versato in altri. Oh, meglio assai se fosse tuo!... Non farebbe di sè tanto rosse la terra e l'aria, adesso, e ovunque andrai.

Ma non temere della mia presenza. Io sono fuori della legge. Accanto stanno, e si guardan, sole, ignude, in pianto, la tua coscienza con la mia coscienza.

*

Uomo, io so come il germe d'un delitto s'abbarbichi, per odio, in fondo al cuore. Forse, un giorno, il corrusco odio fu amore: fiamma più accesa, arma più aguzza. È scritto.

Uomo, io so come cresca e s'aggrovigli nel mistero dell'anima il malvagio istinto, e vi serpeggi a spire, adagio, celando in ombra il tossico e gli artigli.

Io so l'indeprecabile, funesto sogno che mostra l'avversario, intriso di sangue, a terra.--Ognun, nel sogno, ha ucciso.-- Ma il braccio non potè compiere il gesto.

V'è tra pensiero ed atto un divïeto supremo. Dimmi, o ignoto--se ti basti la forza--come e quando tu varcasti nella tua rabbia il limite secreto.

Dimmi il lampo e lo stridere e il gioire fra costa e costa, del coltello. E il getto purpureo, da quel petto sul tuo petto allora e sempre, e il vano tuo fuggire:

e il subito cader dell'odio, a piombo sul corpo offeso: e il dopo: stupefatto vuoto silenzio, ove il terror dell'atto compiuto fremo come un sordo rombo.

*

Ma tu non parli; e un tremito convulso dalla radice dei capelli ai piedi ti scrolla; e guardi tu, ma non mi vedi, o dai fratelli, per tua mano, espulso.

Colpa e castigo impressi io vedo a un punto sulla tua faccia disperata: e l'uno l'altro divora, e poi rigetta: e niuno scorger da essi ti potrà disgiunto.

E s'anco non ti fulmini del mondo la vendetta, l'Ucciso è in te: qual sasso nel ventre il porti, infin che al peso il passo non ceda, e tu con lui non piombi al fondo.

Io, randagia indomabile, che il giogo degli uomini gettai, che ne respinsi la legge, e dell'orgoglio mio mi cinsi come Brunilde del divino rogo,

io sol padrona a me, solo a me schiava, non ti condanno, nè ti assolvo. Penso che soffri. E accolgo il tuo soffrire immenso in me, qual getto di bollente lava:

di me lo impronto, in me il trasmuto, al cuore tuo lo ridono in pura insonne fiamma converso. Or parti, col tuo chiuso dramma assunto a luce--e ti conduca amore.--