Italian poem
La Fonte
by Ada Negri (1870–1945)
Fonte che sola il mio dolor guarire sai, fonte eterna di silenzio cinta, quella che in me credei più forte ho vinta per poter, di te degna, a te salire.
Casa e terra lasciai che agli altri mia parve, e non era: poi che nulla al mondo è mio, fuor che l'anelito profondo del cuor, che si trasforma in melodia.
Lasciai le passïoni, che con succhio di tentacoli, ingorde, irte, contratte, vuotavano le mie vene scarlatte per gettarmi dei morti al sozzo mucchio:
ma mi seguono esse, in false vesti, guardinghe, pronte per colpirmi al fianco, s'io vacilli, s'io dubiti, se stanco il capo in pianto io curvi, o il piede arresti.
Dio m'aiuti!... Blandizia di ricordi non mi tenti, viltà non m'imbavagli, peso di carne non m'abbatta, e fra gli spini de l'aspre fratte àpriti, o fior di
salvezza!...--La boscaglia ove il piè sale lancia i suoi archi al ciel, tempio vivente: veglia e prega uno spirito veggente in ogni tronco della cattedrale.
Mi saluta ogni tronco, e sembra fremere d'allegrezza in sua scorza ed in sue rame. Io salgo--e da un viluppo di frascame mi giunge, o Fonte, il tuo sommesso gemere!...
Sì diaccia sei, ch'io sento il brusco brivido del sasso a fior de lo zampillo;--e casca l'acqua ove il terren molle forma vasca fra i muschi. L'acqua, in ombra, ha un color livido.
Fonte d'oblio che ti nascondi ai raggi del sol, tu vedi le mie mani in croce. Ti riconosco. Sola ormai la voce tua vince i vasti cantici selvaggi.
Prendimi!... Ansando io fino al cuor m'immergo, che si contrae nel subitaneo spasmo, ma resiste. In te nasco, in te mi plasmo, del battesimo tuo la fronte aspergo.
E l'acqua si fa rossa del mio bello e terribile sangue, che non dorme mai, che m'assorda col suo rombo enorme, indomito al cilicio ed al flagello.
E l'acqua bolle come lava, a un tratto. Ecco, e s'è spento ciò che fu perverso: amor simile all'odio, e cozzo avverso di vïolenze, e striscïante patto
di menzogne, e desìo folle d'uccidere o pur d'essere uccisa!...--O vita, o vita, come sei dolce!... O carne rifiorita, come giovine in te l'anima ride!...
Chi tramutò sul margine i calzari di corda in freschi sandali, e la bruna tonaca in veste dal candor di luna, forse caduta dalle vie stellari?...
Chi a me concesse levità sì grande ch'ora cammino come se volassi, e le primule d'ôr sotto i miei passi sbocciano a mazzi per le mio ghirlande?...
.... Uomo, qual che tu sii, col tuo peccato più non mi tocchi. Io, sì, potrò, se vuoi, salvarti: sol ch'io fissi dentro i tuoi occhi i miei occhi. E tu sarai placato.
E s'io t'incontri mai col tuo misfatto pronto nel cuore e nella mano, e quello cadrà: sol ch'io ti mormori: Fratello! in pacata umiltà d'accento e d'atto.
Udremo, nel silenzio pieno d'aria, battere il nostro cuor; ma già lontano da noi, sperduto, non più nostro, vano palpito d'ala che nell'alto svaria.
E il corpo sarà senza consistenza. E l'anima sarà senza confine. Io vedrò in te, tu in me, per le divine luci d'una celeste trasparenza.
E sopra e intorno e dentro a noi sarà la pace. Uno stupor sarà, d'oblio. E tu pel tuo sentiero ed io pel mio andremo, eterni nell'eternità.