Versos Italian Ada Negri Mara

Italian poem

Mara

by (1870–1945)

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La donna fila, presso il focolare. Fra la cenere è ancor qualche favilla. La lampadetta d'olio a tratti brilla sul dolce viso che d'avorio pare.

Non vecchia ancora--ma son tutte bianche le rade chiome, e l'orbite infossate non contan più le lacrime versate. La donna fila, con le mani stanche.

Suo figlio ha ucciso un re.--Più mai, nel mondo ella potrà vedere il suo figliuolo. Solo è, per sempre e senza fine solo, vivo e pur morto, d'un abisso in fondo

pieno di sangue--e il nero sangue a fiotti corre, sprizza, zampilla insino al cuore materno.--O sempre rinnovato orrore de i lunghi giorni, de le lunghe notti!...

Ella non pensò mai che fosse ingiusto per l'altrui pane coltivar la spica, con tristezza, con fame e con fatica guadagnando la vita a frusto a frusto:

arò la terra e dondolò la culla, senza riposo e senza gioia.--Al fianco le crescea quel figliuolo esile e bianco, esile e bianco come una fanciulla;

e le chiedea talor, con veemente desìo ne gli occhi, una storia di re. «Non so narrarti una storia di re: che ne sa del suo re, l'umile gente?...

Egli è solo e lontano, come Iddio: fra la sua torre e il nostro casolare ci sta tutta la terra e tutto il mare: egli è in alto ed è solo, o figlio mio.»

.... Ed il figlio partì.--Ne le rombanti fabbriche il torvo ansare udì dei mostri d'acciaio a mille artigli, a mille rostri, de le donne sposarsi ai tristi canti;

il tremendo silenzio udì talvolta de gli scioperi: star, muti ed inerti, i mostri vide, ma con gli occhi aperti per afferrar le prede un'altra volta.

.... E passò.--Qualcheduno egli cercava al di là de la folla e de la strada, col grigio sguardo acuto come spada pieno di lampi tra la chioma flava.

E passò tra il fetor de le taverne, tra l'immensa putredine ove langue l'ignota gente che di pianto e sangue bagna il calvario de l'angosce eterne;

tra l'orror de le carceri e l'orrore de gli ospedali e il fango del selciato passò, co' suoi felini occhi in agguato, una fiaccola d'odio accesa in cuore;

e un giorno--un giorno, finalmente, a Quello ch'egli cercava da l'età lontana giunse, fendendo una muraglia umana, e gli cacciò nel petto il suo coltello.

*

Tu fili, o Madre, presso il focolare insanguinato.--Le tue labbra smorte che bevvero a la coppa de la morte, non osan più, non sanno più pregare.

Entro il tugurio tuo nulla è mutato. V'è l'uguale miseria e v'è l'uguale nuda tristezza, e un tanfo glacïale qual di covo selvaggio abbandonato.

Tu fili, o Madre, o Martire, il lenzuolo ove sarai, per la tua pace, avvolta. E implori presso il figlio esser sepolta, perch'ei non sia, pur ne la morte, solo.

L'ami, il tuo figlio che ne l'odio scritto portò il suo fato.--Forse, incoscïente, un germe de la tua psiche dormente passò in lui, fecondando il suo delitto.

L'ami, ferita in lui, per lui dannata de la vergogna a l'implacabil giogo, de l'insonne rimorso al laccio al rogo, complice ignara, santa e disperata.

E ancor nel sogno l'accarezzi, come ne gli spenti crepuscoli di pace, quand'ei, lupatto indomito rapace, scarno fra l'ombra de le flave chiome,

ti chiedeva, col grigio occhio felino pieno di lampi, una storia di re. Tu tremavi--e gravar su lui, su te sentivi, enorme e fredda ombra, il Destino.