Italian poem
Speranza
by Ada Negri (1870–1945)
Forse il lume ch'io cerco è quel che splende là in fondo. No. S'è spento. Era un mio vano miraggio. Ma, più in alto e più lontano, un altro lume e un altro, ecco, s'accende.
Forse il tetto ch'io cerco è quel che fuma dietro quei pioppi; e alcun v'attizza il fuoco per riscaldarmi....--No. Sparve. Era un gioco di nuvole.... Ma un altro è fra la bruma.
Forse il fratel ch'io cerco è quel che il viso ora mi tende, e il cuor nel viso, emerso sopra la folla. Ed ecco, mi s'è sperso.... Ma un altro volto scorgo, e un altro riso.
Come se dal mio alvo fosse espresso il mondo è mio, sol perchè il vedo in sogno: quel che ho non curo, e quel ch'è incerto agogno, e mangio e bevo del mio sangue istesso.
Delizia del cadere, e poi delizia del drizzarsi d'un balzo, senza chiedere aiuto: e non guardar che la mia fede, e portar dentro me la mia milizia!...
E vado. Ad ogni membro ho qualche benda su qualche vecchia o giovine ferita. Pur, così come a me t'abbranchi, o vita, troppo bella sei tu perch'io t'offenda.
Ti benedico, o vita, per l'amore che mi negasti, per le chiare strade che mi chiudesti, per le sette spade con cui mi tormentasti carne e cuore:
perchè altro amor più bello, altro sentiero più largo io sognar posso: e col fantasma che la speranza al desiderio plasma vincer la nuda aridità del vero.