Italian poem
Vanni E Vanna
by Ada Negri (1870–1945)
Una notte d'inverno, Vanni e Vanna chiusero gli occhi alla lor dolce madre. Ad essi non lasciavi, o dolce madre, che un giaciglio di strame e una capanna.
Nulla sapevan, fuor che verdi boschi percorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto, e sogni d'astri su nel cielo ignoto, e rosse nubi di tramonti foschi:
egli biondo, ella bruna: egli con tersi occhi d'acciajo, ella con lunghi cigli d'ombra: e nessuno li potea dir figli d'istessa madre--tanto eran diversi.
Pur s'amavano. E quando fu sepolta la madre, Vanni disse: Ove s'andrà?... Ma Vanna scosse con serenità il casco della chioma arida e folta.
Non per essi la fumida officina ove d'odio e di sangue gl'ingranaggi s'intridono talvolta, e nei selvaggi rombi vibran minacce di ruina:
non gelida bottega o solitaria soffitta, in lezzo sordido ammuffita. Fiori eran essi di beltà, di vita, maturati nel sole, avidi d'aria.
E chiese Vanni ancora: Che faremo?...-- Ella gli rise stranamente in faccia allacciandogli il collo con le braccia di zingarella; e disse: Canteremo.--
*
Così, lasciato il bosco e la capanna, soli con la chitarra e la canzone, sospinti da una folle passïone di libertà, partiron Vanni e Vanna.
Molti carmi sapevano: d'amore, d'odio, di guerra, di promessa. I lenti ritmi appresi li aveano essi dai venti, da lo stormir delle frasche sonore,
dalle piogge d'Autunno, dai sospiri degli usignoli quando Maggio torna, dal riso della terra che s'adorna se Primavera in sua freschezza spiri....
Strani talvolta sulle labbra smorte dei due fanciulli senza posa erranti dettava la profonda anima i canti. .... Apparivan le donne sulle porte:
macre fra i cenci, coi piccini al seno, impallidivan di dolcezza, in cuore pensando giovinezza e il breve amore primo, e i sorrisi del tempo sereno.
Sollevavano i fabbri dalle incudi sudato il volto, e dalla tela gli occhi le cucitrici, e i bimbi dai balocchi, e i braccianti dai ferri i polsi rudi;
e ognun tornava ad una sua perduta gioja, a un lontano bene, a una malia di tenerezza--a ciò che non s'oblia anche se per dolore il cor si muta.--
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«Vanna, sei stanca?... Come in un agguato la luna piomba dietro un aggroviglio di nubi nere.--Per il tuo giaciglio il mio mantello io stenderò sul prato.
Sorella della mia libera gioja, lucciola d'oro, piccola farfalla!... Posa, col capo presso la mia spalla, fino a che l'ombra ad oriente muoja.
Dell'ombra io spierò sogni e misteri, e del silenzio i fremiti sommessi; e ingenue laudi comporrò con essi che tu modulerai lungo i sentieri....»
«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba, dormìi sull'erba come in un lenzuolo: chi fu che mi vegliò tacito e solo, sotto l'incanto della luna scialba?...
La luna m'insegnò stanotte un canto che farà bianche di malinconia tutte le donne.--Un poco aspra è la via lungo il fiume che piange un sordo pianto:
giungerem tardi alla città superba che laggiù, tra le nebbie, innalza i suoi pinnacoli fumanti.--Oh, dolce a noi mirare alberi e cieli, e premer l'erba:
e non aver dagli uomini che un pane, nè chieder altro: ai focolari accanto stornellando passar senza rimpianto, dominatori delle vie lontane!...»
*
Livida, immota sotto un ciel di piombo sta la città dove son giunti. Tetre minacce par che salgan dalle pietre. Investe l'aria un vampo ardente, un rombo
di tempesta, di collera. Le porte son chiuse, chiuse le finestre. Passano i soldati a nuda arma, a testa bassa. Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:
d'odio armata, di sassi e di pazzia, contro la forza il suo delirio scaglia. Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia, si ricompone a barricar la via.
.... Così, così s'ammazzano i fratelli in Dio, nelle città cariche d'oro?... .... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il coro dei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.
Fiori travolti nella gran ruina con l'orda cieca i due rapsòdi vanno. Odon sibili e gemiti: non sanno. Sorridono al furor che li trascina.
Nella trepida gola han le canzoni della selva, nel sangue onde d'amore; ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore, cadono insieme, boccheggiando, proni....
Sulle labbra innocenti amor s'impietra che agli umili sorrise in gaje note: l'anima goccia dalle arterie vuote, e se ne imbeve, gelida, la pietra.