Italian poem
Brindisi
by Alfredo Oriani (1852–1909)
Nevica sulla neve — un assassino freddo s'insinua nelle soffitte: allegramente il vino versiam nei calici.
Versate, amici, il vino! ormai la testa, fosca nel tacito cimitero del cor, alza e si desta degl'inni il genio
e resuscita. Un dì carco di fede, d'amor, di floride speranze mise falsamente il piede, e come un asino
per troppa soma cadde. All'infelice passo una femmina fu la cagione e si chiamava Bice. Aristocratica,
a me poeta preferì il cocchiere di spalle erculee... Versate vino, empitemi il bicchiere — un inno, Lazzaro!
Nevica sulla neve — il freddo sprona la fame ai poveri. La Provvidenza, che all'agnello dona lana bastevole,
i ricchi inspiri; nei caldi tinelli tribune s'ergano pei poveri affamati — Siam fratelli: il vangel predica!
Mangeranno cogli occhi e colle nari a due ganascie i ricchi: dunque non è il conto pari? Ecco il rimedio.
Nevica sulla neve — e noi la tazza vuotiam dell'orgia: la voluttà vuolsi ubbriaca o pazza: voglio il delirio
di visïoni belle e forsennate, e risa ciniche, gesti convulsi ed insolenti occhiate, baci che mordano,
un amor che s'uccide e sè disprezza... Anch'io son asino, drizzo le orecchie e strappo la capezza: signore, amatemi!
ne val la pena e valgo il vostro amante; non ho modestia: in alto levo il merto ed il sembiante, sogghigno e raglio.
Nevica sulla neve — e mi divora la gola e l'anima una sete infernale: ancora, ancora la tazza empitemi.
Sento una fiamma che sferzando sale dal cuore fumido al cervello e diggià vi abbrucia l'ale alle libellule
voluttuose. Mi ribolle il sangue, prorompe l'odio — Tu che strisci pei fior, mortifer'angue, mi presta il tossico
della tua bocca e il canto avvelenato lamba le orecchie ed avveleni. Tu, vile affamato, cui la miseria
non fa ribelle e sotto un nobil tacco la fronte umilii supplicando: ho fame... ho figli — vigliacco, muori... ti odio!
E tu, ricco felice, che assapori gli ardenti gaudii della giovane vita, e gloria, amori, ed arte e studio
di sublimi pensier: tu, che imbecille o grande domini in alto sempre sopra mille e mille, che muti soffrono...
Ebben più vasto della tua ventura ti porto un odio, che succhiai dal dolore e freme e dura inestinguibile.
Bada che presto ci battrem, fratello: a te gli eserciti, i cannoni e le spade — a me il coltello; Viva il petrolio!
Nevica sulla neve — Oh qual dolore la vita inutile! Mamma, quell'ora che ti vinse amore era ben meglio
di morir: tu, buona mamma, l'ebbrezza della lussuria volesti; adesso la crudel stoltezza paga tuo figlio
e tu, mamma, godesti... Maledetta l'ora del nascere, l'ora che piansi, che pensai l'abbietta, nudità livida
della vita vestir con illusioni e vaghe e nobili; maledetto l'ingegno e le canzoni, la fede e l'orgia!
Maledetto quel sen che mi nutriva, e il sen più tenero delle amanti di un dì — Sento la riva sotto il piè cedere
e trascinarmi nel fatal torrente. Mena cadaveri giù negli abissi; nero e silente lungi dilegua...
Ebben m'inghiotta — la fangosa sponda scema, precipita: l'onda m'inghiotta, ma vaghi sull'onda la mia bestemmia!
Casola Valsenio 1876 Agosto.