Versos Italian Amalia Guglielminetti Anime

Italian poem

Anime

by (1881–1941)

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sorelle...

Sorelle, io errava taciti sentieri, scuri or nell'ombra ed or chiari nel sole, quando fanciulle in bianche lunghe stole m'accostaron coi lor passi leggieri.

Chi avea negli occhi trepidi pensieri, chi labbra vaghe di leggiadre fole. A me ciascuna bisbigliò parole caute, svelando tenui misteri.

Pareva ognuna un fiore di giunchiglia, uno stel di ligustro o di giaggiolo, e s'atteggiaron tutte a meraviglia

poi ch'io: — Non so se buon destin vi manda — risposi. — A ognuna il suo segreto involo: ch'io ven sappia foggiar degna ghirlanda.

le più lodate

E le esaltai: — Lodate voi, Sorelle, dal puro giglio fra le pure mani, simili a incerti albori antelucani nell'ondeggiar delle figure snelle.

Lodate voi, dagli occhi di gazzelle dolci, che un raggio abbaglierà domani, attonite a un fiorir di cuori umani come di rose in primavere belle.

Ma più lodate voi, cui brilla al ciglio tremor di pianto, e voi che del più amaro sangue del cuor battezzerete il giglio.

Più lodata colei che avrà premuto nell'anima il singulto e il sogno caro sola, nell'ombra del suo duolo muto.

colei che tace

Allora io vidi alcuna alzare il dito al labbro ed implorar con occhi mesti. Onde: — Sorella, — io l'ammonii, — con questi miei detti io forse un duolo oscuro irrito.

Ma non ti turbi s'anche paia ardito il mio parlar. Ben più te ne dorresti s'io mascherassi sotto gaie vesti l'aspro mal ch'ogni gioia ci ha rapito.

La voce mia la persuase a un riso lievissimo d'assenso. La sua diaccia mano mi porse reclinando il viso.

— Sorella, — disse, — d'uopo è pur celarla questa ferita. È ben che occulta io giaccia: ma tu, per quel ch'io tacqui e piansi, parla.

colei che dispera

E parve un'altra uscir da un suo stupore di febbre, per pregar con voce spenta: — Anche per me tu parla. Ch'io risenta arder la voluttà del mio dolore,

ch'io ascolti, pel tuo labbro evocatore, tremar questo desìo che mi tormenta, pianger la passione che sgomenta mi trasse a invidiar chi amando muore.

— O disperata, a te sia pace. Oblia! — Io le invocai pietosamente. Ed ella: — Oblio cercando incontrerò Follia.

Io baciai le sue mani e la figura esile sparve, come fra le anella di un gorgo nero, in sua capigliatura.

il sereno canto

Ma bionde treccie fulsero nel sole in serpentini avvolgimenti d'oro. Tinnule voci squillarono in coro: — Qui regna giovinezza e chi si duole?

Sembravano fiorir da intatte aiuole queste, recando un candido tesoro nel cavo delle palme. I polsi loro venavan quasi tenere viole.

Fecer corona di lor rosee braccia e cantarono insieme: — Amare, amare! Parean volar del sogno in su la traccia.

Quand'una m'accennò ridendo: — Vieni! io negai, fisa al suo sguardo di mare. Non eran gli occhi miei tanto sereni.

ignare

Io mi ritrassi all'ombra d'un abete e al tronco scabro m'appoggiai, rivolta ad osservar quella leggiadra accolta aprir del cuor le dolci ali segrete.

Avean movenze sì agili e discrete ch'ogni grazia pareva in lor raccolta. E poi che venner gaie alla mia volta, le interrogai: — Perchè d'amar chiedete?

Sorriser tutte come a un sol richiamo, ed una disse: — Lieta cosa è amare, e se una gioia è amor, noi l'invochiamo.

Io insinuai: — Amore mente, affanna... Sciamaron via e risero le Ignare gridando: — Ah taci! È bello anche se inganna!

la rinunzia

Ma quelle che già dissero pensose alla Rinunzia: — Avvolgimi in tuo velo, — fiorian dall'ombre, come l'asfodelo dai laghi immoti che le sponde han rôse.

Fu forse il sogno a inanellarle spose? O l'errore, o il timore, o uno sfacelo d'illusioni, o un bacio aspro di gelo al — no — perenne il labbro lor compose?

Videro il mio pensier su la mia fronte esse, e mi cinser con un mormorare lene d'acqua che sgorghi dalla fonte.

— A che dischiudi suggellate porte? Ci è sì dolce in quest'ombra dileguare... Non è più vita e non è ancora morte.

la fedeltà

— La nostra è morte in vita, — allor sommesso gemette un lagno d'accorata voce. Con le mani sul sen foggiate a croce veniano altre, e con sì stanco incesso!

Venian quelle cui fu tutto promesso, cui tutto in fior mietè la falce atroce, bianche tra i veli, sotto il lor precoce lutto, spiando l'ombra d'un cipresso.

E le vergini vedove, le spose senza nozze, le sacre a una memoria d'amore, le fedeli dolorose

sfilarono, funerea teoria, in attitudin di pietà scultoria, goccia a goccia gustando l'agonia.

per amore

Tanto più gaudiose innanzi agli occhi, tristi tuttor, m'apparvero le Amate, in tal figura d'anime beate ch'io me n'estasiai, muta, a ginocchi.

— Questo fervor ch'è in noi sembra trabocchi, ne accenda, quasi lucciole d'estate. Più non risplendon torcie in sacre arcate che i nostri cuori da tal fiamma tocchi.

Ed erano i lor detti luminosi, e i sorrisi e le fronti e gli occhi loro sì, ch'io parlando il volto mi nascosi.

— Cantate tutti i canti verginali — dissi. — Già scende Amor con ali d'oro a celebrar con voi i suoi sponsali.

disdegno

Allor s'udì concorde tintinnare d'un lungo riso l'eco del vicino bosco. Ciascuna un gelo repentino lungo le vene si sentì guizzare.

Parea vibrante d'ironie amare, freddo di sdegni il riso cristallino. Ripigliaron le Amate il lor cammino, ma un dubbio errava su le fronti chiare.

L'ombra io esplorai. Sorpresi le ridenti disdegnose riunite a' piè d'un faggio, intente ad intrecciar fiori e comenti.

Le udii: — Di un'aspra schiavitù si vanta quel folle stuolo. Il nostro cuor più saggio, ebro di libertà, ilare canta.

mistiche

Simili a gru, migranti ad oriente, trasvolavan le Mistiche, in sì mite, in sì celestial sogno rapite, ch'ogni atto lor ne sorridea eloquente.

Del passato obliose, del presente inconscie, già viventi delle vite serafiche, già assunte alle infinite promesse, il cui promettitor non mente.

Già le fronti raggianti, quasi incluse nell'aureola. Già le lunghe ciglia, quasi abbagliate dal fulgor, socchiuse.

Già presso al limitar della vallea sacra, ove il re in clamide vermiglia dirà a ciascuna: — Veni Sponsa mea.

pellegrine

Come romei rivolti a' luoghi santi, sopraggiungean nuove pellegrine, ma simili a Valchirie ed a regine nel fiero ardor de' bei volti sognanti.

Fissavan gli occhi e i desideri avanti lungo un raggio ascendente senza fine. Corone su le fronti alabastrine parean portar, corazze sotto i manti.

Quella io accostai che meno assorta andava, e una stella additò essa al mio sguardo, incastonata nella volta cava.

— Alta è la mèta e il dubbio ci sconforta, — sorrise. — Ma il voler sprona gagliardo. Lungo è il cammin, ma vigile la scorta.

l'invocazione

— O bianche pellegrine, m'accogliete nel vostro stuol. Se un male o una follìa dal mio cammino arido mi svia, voi saggie guide a stolto cuor sarete.

Alacri ha il sogno l'ali. Irrequiete ma ben fiacche il voler. La lunga via deserta io temo. Anela ad ogni ombria mi fa sostare insaziata sete.

Indugiarono a udir la mia preghiera le pellegrine, e con un parco gesto mi ammiser nella loro esigua schiera.

Ond'io seguii le mie suore novelle, cercando in cielo con fervor ridesto il mio fior d'oro tra un fiorir di stelle.