Versos Italian Angelo Mazza L'androgino

Italian poem

L'androgino

by (1741–1817)

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Mentre all’ardente nuzial facella, che all’amoroso talamo ti scorge, altri, o giovin signor, con cetre e carmi, gli avi dall’urna richiamando applaude, e d’augúri percosso il cielo echeggia, lascia ch’io nel sermon prisco a te venga ornando un sogno dell’egizia scuola; mistico sogno, che, se piacque a Plato, non indegno è di te: che puoi per esso del bel tuo stato affigurar l’imago. Né di gemma splendor, né forza d’auro, né covertati d’ostro eburnei letti, né mille campi, a mille buoi fatica, lussurianti d’infinita messe, né qual piú cosa uom giova altra o piú aggrada, tanto a vedersi è bello, e non val tanto, sgombre le cure, a giocondare un core, quanto amistá di coniugale affetto, che due bell’alme annodi e in dolci tempre nel vario corso della varia vita, d’un concorde voler ambo le pasca. Questa non tiensi a un biondo crin, che all’uso s’adatti, e al garbo d’ariosa fronte, debil sostegno; e non si tiene a un vago color che per mordace aura o per lieve, e a chi d’uom nacque inevitabil morbo, o per tempo, che sprona e piú non torna, furando il fior d’ogni terrena cosa, langue, e l’etá, ch’è sí temuta, annunzia; ma da virtú tien qualitade, e solo specchiasi in essa, e se ne fa suggello, e per essa i mortali uguaglia ai numi. Volgea stagion che dell’umana stirpe, da quello ch’oggi appare, era diversa la sembianza e la sorte; era indiviso nome femminamaschio: e questo a quella temprato e misto, intera forma, uscío dalla man prima dell’olimpio Giove. Dagli omeri sorgea bifronte il capo, quattro le braccia discendeano, quattro le gambe avvicendavansi, gli orecchi sporgean pur quattro: in uno eravi quanto ne ristora da morte. Immane forza reggea que’ corpi riquadrati, e destri a mover ritto e, se il chiedea vaghezza saltando in capo e roteando a spira, lungo in brev’ora a misurar cammino. Immagini chi può come le genti sopra la terra allor guidasser giorni senza sinistri, da tristezza intatte, né d’avversa avvenir sorte presaghe. Ma, di tal sorte imbaldanzito, il dono per cui fioría di possa, ardea di gioia, a proprio scorno Androgino ritorse, ingrato al donator: ché avvien pur sempre che al benefizio sconoscenza è presso, come da corpo inseparabil ombra. Ebre d’audacia, le superbe menti si consigliâro di far forza al cielo, e disertar del buon Saturno il regno. Limpida luce di miglior consiglio invano folgorava entro a que’ petti, e lor mostrava invan che a folle impresa sempre consegue irreparabil danno, né campa molto chi con dii combatte. La perversa d’Androgino baldanza vide il Tonante; e benché intorno a lui rimbombi il cupo infaticabil tuono, e ’l sempre vivo folgore rosseggi, a scoccar pronto, e a rinnovar l’esempio, onde i protervi della Terra figli, torva, aspra, fiera, abbominosa prole, dal tricuspide telo in val di Flegra giacquer percossi, folgorati e tutti spiranti orror di smisurata morte, non comandò, che su la schiatta iniqua tal piombasse vendetta, e sol si piacque scuoterne i vanti, e il primo ben far manco. E, Mercurio chiamando a sé, gli disse: — La brigante tu vedi umana razza, mia larghezza abusando e sua ventura, alzar contro di me fronte rubella. Debita pena ai fallitor sul capo caschi, e gli assenni: d’un voler con Temi Némesi ultrice bilanciolla, e quadra a me, che non decreto indarno mai. In duo si parta Androgino: divisa cosí l’integritá del primo aspetto, cosí le forze svigorite, e sciolta l’equabile cosí tempra del core, cruccio amaro rodendol, si divezzi dal tracotar superbioso, e vegga che Giove è sommo e signoreggia a tutto. A te l’opra commetto, a te che il troppo scaltro Promèteo, rapitor del foco, festi inchiovar su la caucasea rupe, pasto all’aquila eterno. Udisti? Or parti. — Rispose al motto l’atlantiade araldo. il pennuto cappello assetta al capo, e degli aurei talar veste le piante, ond’esso puote, aer varcando e nubi, scorrer di Giuno e di Nettuno i campi, e l’universo misurar col volo. Né la tremenda oblía verga dorata da’ lubrici distinta attorti serpi, per cui ne’ regni eternalmente bui mandar può i vivi, o richiamar le levi imagini de’ morti ai nervi, all’ossa, e mille altri condur prodigi a riva: ché tanto in essa di poter infuse l’onnipossente adunator de’ nembi. Alato il capo, alato il piè, nel volto arieggiante di Giove il voler, scende pel sentiero de’ venti e delle nubi il celeste, uccisor d’Argo, messaggio, ratto cosí, che va men ratto il nibbio su le spase ali, alto-stridente augello, e lo sparviere che disteso aleggi. Fu giunto a terra, ragguardò, di corto Androgino trovato ebbe, e fe’ motto. — Libero cenno dell’egíoco Giove, largo-veggente, agitator del tuono, di lui, che a tutti per possanza è sopra, mandami a te. Gl’insani vanti, ond’oso di conturbar fosti l’Olimpo, e nuda render di scettro l’invincibil destra vibratrice del fulmine, in te vuole, misero! menomar, e farti saggio che in ciel v’ha un tale, che fa forza ai forti. — Disse: e, levata la terribil verga, divinamente pel diritto mezzo Androgino percosse. In duo fendute ecco scoppiarsi ed allenar le membra in pria giá tanto poderose, ed altro prendere aspetto le disgiunte parti, e pur di ricongiungersi bramose. Cosí, partita da veloce remo, o da possenti notatrici braccia, l’onda gorgoglia, e ricorrendo a tergo risarcir cerca lo squarciato velo. Cillenio intanto messaggier, recando novella in ciel dell’ubbidito cenno, degli umani descrisse il dolor grave, onde in selve, tra fiere, e a queste uguali, l’un senza pace ognor dell’altro in traccia, menan la vita disperatamente preda d’ambasce e di bestemmie e d’onte, dannando il giorno, che mirâro il sole, chiaman funesto d’esistenza il dono. Un riso acerbo cacciò fuori il padre degli uomini, e de’ numi, e da quel riso il piacer tralucea della vendetta. Quando di mezzo alle stellanti ruote, tutta atteggiata di soave affetto, mosse Pietade, e la seguiano ancelle con gli occhi in pianto e pallor tinte il volto, le vacillanti pavide Preghiere, e disse: — Padre, cui Destino e Forza sortirono l’impero alto del cielo: tu, che l’impari cose adegui, e all’ime leghi le somme, e le inimiche accordi, spirando a tutte spirito di vita, e d’ammirabil tempri ordine il mondo, a noi facil consenti. Or giá tua voglia empié la retto-consigliante Astrea: giá del malnato Androgino per lei l’alterezza piegò, mendossi il rio, che in te commise. Ve’ quai pene ei soffre, a portar tormentose, a mirar triste, da se stesso diviso, e da se stesso fuor d’ogni speme, e senza posa, attratto. Ascolta, o padre, con quali alte grida ei chiama Morte, che lo afferri e spegna. Né fia sorda colei, che d’ossa albergo fatto vorrebbe l’universo, e tutto silenzio, solitudine, deserto. Né altare a te piú sorgeria, né tempio dell’uman culto testimon, né l’inno, che ti fe’ spesso a rimirar invito e d’agnelli incorrotti e pingui capre ostia votiva e di novenni buoi. — Lo priego di Pietá scosse la salda mente di Giove. Lampeggiò d’un riso promettitore di conforto e pace l’egíoco padre: indi ad Amor fe’ cenno, ad Amor, che bellissimo fra’ dii surse di Caos con ali d’oro a tergo, e nella mole delle cose immensa per varie guise sua virtú comparte, perché, scendendo e saettando i cori con quell’arco possente, a cui non vale ferrata maglia e adamantina piastra, ciascun di sua metá facesse accorto: e fu poi cura d’Imeneo la bella opra compir, cui diè principio Amore e, sbramando i desii, le salme unendo in sacro alterno indissolubil nodo, ammendar morte e rintegrar natura. O lui beato, che per don d’Amore veracemente sua metá ritrova! E te beato tre fiate e quattro o giovine signor, che la trovasti nell’insubre donzella, a cui t’annodi tra le speranze della patria e i plausi che a te, suo buon cultor, scioglie Elicona.