Versos Italian Arrigo Boito 9

Italian poem

9

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Sta notte l’upùpa Trovò sul sentiero Che mena al maniero La jena e la lupa; E disse: « mie care, Tornate da cena? » Rispose la jena: «Ci andiamo, comare ».

La notte nereggia Foltissima e cupa, La iena e la lupa Son sotto la reggia.

La reggia è un gaio incendio - par che vi nasca il sole, Lumiere e faci irradiano - l’aere che fulge ed ole, I frutti, i fior s’insertono - nei vividi corimbi, Gli ardenti ceri esalano - come un vapor di nimbi; Il fulgor delle fiaccole - fa sfolgorar le antiche Muraglie e le panoplie - alle pareti amiche, E spesso la fantastica - nube dell’incensiere Filtra pe’ cavi cranii - dell’ampie cervelliere. Cetre, vïole, fläuti - spiran soavi suoni, La sala è zeppa, corrono - chironomonti e schiavi, E Trol fra quelle turbe - nell’orgia vagabonde S’estolle ed erge il petto - Come un Triton sull’onde. Siedono a mensa i dodici - ministri, Oliba, il Re; Due curve ancelle tergono - col nardo i regi piè. Tutto è tripudio; in alto - fra le eccelse volùte Danzan falène e nottole. - Papiol con celie astute Move a riso quell’orride - faccie da jettatura. Il Re: Conti, se jeri - fu notte di paura

Pei vivi, io giuro a voi - miei ministri e consorti, Che questa notte i vivi - faran paura ai morti. Guai a voi se vien meno - la baldoria fastosa! I Conti: Viva Orso! - Viva Oliba la sposa! Il Re: S’apra il banchetto.

(- Squilla repente un coro Di trombe, entrano i paggi - portan le mappe d’oro, E le uova, ed i favi — del miel d’Imeto, i ciati Murrini, i nappi, l’anfore, — i pani inargentati.) Il Re: Papiol! Su moviti! - narra un piacevol motto, Fa saltar lo scojattolo, - fa ballare il scimiotto, Piangi, cuculia, imagina - qualche nuovo capriccio. Papiol: Dirò le gobbole - quando verrà il pasticcio Che m’hai promesso.

Il Re: - Papiol, non esser fiero Così, sai che il pasticcio - dêi mangiartelo intero. Papiol: E mangierollo - intiero per mia fè. Il Re: Bada, Papiolo, è più grande di te. Papiol: L’atomo è al desco — del mondo un Tricliniarca; Il tarlo rode il trono, — l’ostrica rode l’arca, L’insetto succhia il pampino — gigante e picciol gnomo Rosica il monte altissimo, — l’invidia strugge l’uomo —

E divorar io posso, — Messeri, in simil guisa Il mio pasticcio.

(I Conti - squittiron dalle risa. Ma già tutti ammutirono. - Suona repente un coro Di trombe; quattro scalchi - portano un pavon d’oro. Trol s’avvicina ed arma — la destra sanguinaria, Poi volanti cultello, — trincia il paon nellaria. Tuona di plausi il desco; - ballonzola Papiol.) Il Re: Bel colpo! I Conti: - Bel colpo! Bravo Trol!

(E intanto i paggi biondi - colman d’eletto vino Le asciutte coppe e l’anfore. - Si rallegra il festino. Il Re canta ad Oliba: - e sulle curve forme Dell’aurea tazza ei specchiasi - più orribile e deforme.)

(Ma la Giudea non beve. - Plaudon le turbe pazze; Re Orso empie e tracanna - tre tazze e poi tre tazze. Squillano ancor le trombe - per più eletto ristoro; Ecco, apparisce un cervo - colle ramora d’oro.)

Papiol: Il Minotauro - dal regal capo storni Que’ superbi ornamenti! - son d’oro, ma son corni. (Nessun rise, alle genti — di quell’evo remoto Parve il bisticcio troppo — scipito e troppo noto) Ma Trol già il cervo inforca, - l’erge e lo trincia a vol. Il Re: Bel colpo! I Conti: - Bel colpo! Bravo Trol!

(E intanto i paggi biondi - colman di nuovo vino Le vuote coppe e l’anfore - si riscalda il festino. Il Re canta ad Oliba: - e sulle curve forme Dell’aurea tazza specchiasi - più orribile e deforme.)

(Ma la Giudea non beve. - Plaudon le turbe pazze, Re Orso empie e tracanna - tre tazze e poi tre tazze. Stridono le mascelle. — la cervogia Sicambra Torbidamente spuma — nelle lagène d’ambra. È un traboccar di calici, — un rotëar di lame. Ciarlano i Conti e rodono; — sì rozza è in lor la fame Ch’essi alternano il morso — del dente a quel dell’ugna. Trema il desco repente — sotto le salde pugna E all’urlo trïonfale — delle celie impudiche Le immonde labbra stillano — il miel sulle loriche. Squillano ancor le trombe - per più eletto ristoro; Son murene che in bocca - chiudon anelli d’oro. Ma il Re fa cenno al boja, - gli favella un istante A bassa voce; ognuno - è livido e tremante. E’ scomparso Papiolo.)

Il Re: Dunque messeri, Cessar le risa? or tutti - vi siete fatti seri? Ridi tu, bella sposa.

(Ed alla sposa bella Dona un monil d’epistide. — Tranquillamente quella Sorride e da un corimbo — una mela solleva E la porge a Re Orso, — muta e col gesto d’Eva.) Il Re: T’arrida il cielo!

E colla destra inerme Spacca quel frutto... orrore!... orrore! orrore! un verme!! Un verme irsuto e gonfio - gli cadde sulla mano! Ha sovra il capo un marchio - quasi di teschio umano. Il Re fa cenno al boja - e allibito ed ansante Gli favella all’orecchio; - ognun guata tremante. E intanto i paggi biondi - colman di nuovo vino Le vuote coppe e l’anfore. - s’inferisce il festino. Il Re canta ad Oliba - e sulle curve forme Dell’aurea tazza specchiasi - più fulvo e più deforme.)

Vin di Scio! vin di Scio! vin di Scio! Questo è un vin che dà morte ed obblio! Questo è un vin che fa simili a Dio!

(Così dicendo in voce - terribilmente gaja Piglia un coltel, sta dietro - Trol colla sua mannaja Sopra Oliba; ma tutti - guatan la tetra ruca; Oliba ha fermo l’occhio - sovra il coltel del Duca.)

Il Re sghignazzando Esclama e tremando. Poi lordo di bava Si volge alla schiava: «Tu l’occhio tien fermo Sul capo del vermo».

la luna, la luna era una mesta anguida Dea! l dimon cui rodea estial ferocia, prese un dì la scure bbominata, e le tagliò la testa.

Conti e ministri al diavolo! - voglio canzoni e grida! Voglio bestemmie ed orgie! - vo’ che si cionchi e rida!» Così schiamazza il Duca - né alcun osa parlare. Il Re: Su, olà famigli! - torni tosto il giullare. (Ei disse appena, ed ecco - squillar le trombe in coro E apparire un pasticcio - tutto rabeschi ed oro. Dov’è Papiol, il matto - che dee mangiarlo intero? Tutti cercan d’attorno - il gobbetto ciarliero.) Il Re: Com’è suo modo - dee sbucar dalla crosta. Un Conte: Strano odore! - La mi par troppo tosta. (E intanto i paggi biondi - colman di nuovo vino Le vuote coppe e l’anfore. - Si ravviva il festino. Il Re canta alle turbe e sulle curve fortme Dell’aurea tazza ei specciasi - più fulvo e più deforme)

Il Re piglia un coltello - e con un colpo solo Fa saltare il coperchio!... - o Papiol!!! o Papiolo!!! È là morto, arrostito! - La gobba s’incarbona! Par faggiano o cutrettola - piuttosto che persona! È il suo naso un comignolo - fumante! sono gli occhi Inceneriti! ahi misero! - fe’ la fin de’ ranocchi! Rise Re Orso, risero — i Conti, e rise Trol. La reggia è un gajo incendio, - par che vi nasca il sol.