Italian poem
A rei serbata in solitaria parte
by Carlo Emanuele Muzzarelli (1797–1856)
I A rei serbata in solitaria parte Una mole sorgea squallida e tetra, Da cui non prece, non ingegno, od arte Mai la perduta libertà t’impetra. Vi ha stanza il lutto, e forza è addolorarte, Rimirando siccome un’aspra pietra Sia duro letto al prigionier dolente, Il cui pianto, i cui lagni alcun non sente. II In questa solitudine di morte, Opra di fero Imperador, vivea Avvinto il piè di barbare ritorte Quei che da Cristo ogni poter tenea: Ma pianto non versava il vero forte, Che in lui soltanto ogni sua speme avea, E dove il vizio, ed il misfatto è ignoto. Tornan gli sdegni de’ tiranni a vuoto. III Signor, che della terra il fren correggi, Cui servono le spere, e gli elemenți, Di cui le sante immacolate leggi Schiusero il cielo ai popoli redenti, Tu che nel fondo del mio cuor ben leggi, Tu che mediti e compi i grandi eventi Da quelli, ove risiedi eterni giri Intendi alle mie preci, a’ miei sospiri. IV Tempo verrà, tu mi dicevi e il santo Parlar scendeva dolcemente al core; Tempo verrà che il servil giogo infranto Più regno non avran colpa, ed orrore, Nè invan Maria versando amaro pianto Mirava afflitta il figlio suo, che muore, Nè invan tu stesso con divin consiglio, Festi di tutto il sangue il suol vermiglio. V Della Fede immortal sotto il vessillo Tu riprendevi, io lo rammento ancora, Il vivere trarrà lieto, e tranquillo Chi fra l’ombre del falso il vizio adora, E di sua tromba al generoso squillo Fian volti al vero i più ritrosi allora. A che più tardi? La promessa adempi, Sorgano alfin della tua gloria i tempi. VI Così pregava, e rapide su l’ale Volavano le preci innanzi a Dio, Le accoglieva quel sommo, e in sua regale Clemenza sorrideva all’uomo pio, E a un Angelo dicea, sostieni il frale Vigor del servo, e già discepol mio; Cadano i ceppi infranti, e all’orbe insegni, Che pendono da me le genti, e i regni. VII Tacque, e repente l’immortal Cherube, Che di beltate ha sovra gli astri il vanto, Obbedïente a lui, che al tutto jube, Lasciava il regno dell’eterno canto, E rapido scendea di nube in nube Raccolti i vanni, e stretto al fianco il manto; Che men veloce è stral spinto dall’arco Contro belva inseguita attesa al varco. VIII Si scosse il suolo, d’improvvisa luce L’angusto si allegrò carcere oscuro, E l’Angelo, di Pier fattosi duce, Fra cento armati il precedea sicuro, E vien, dicea quel divo; e indarno il truce Erode frema: omai sappi il futuro; Iddio Te vuole pien di sacro zelo Banditor della Fede, e del Vangelo. IX Tu sarai primo, che su ferma pietra La Chiesa fonderai, chiesa immortale, E all’opra arrideranno il suolo, e l’etra Che stuol celeste coprirà dell’ale, Daratti il Divo Amor quella faretra Di cui piaga sì dolce ogni aureo strale, E, tua mercede, col favor superno Invan nuov’armi brandirà l’inferno. X Disse, e siccome fra l’orror notturno Striscia un lampo, che rapido s’invola, Tal l’Angelo disparve, e il taciturno Pier sovra gli astri in suo desìo già vola, Ma ripensando ai dì lieti, che furno Del Maestro Divin spesi alla scuola, Movea, tutto ripien di quel pensiero A dettar leggi all’Universo intero.