Italian poem
La Bontá Divina Se Lamenta De L'Affetto Creato
La Bontade se lamenta--che l'Affetto non l'ha 'mata, la Iustizia è appellata--che ne degia ragion fare.
La Bontade ha congregate--seco tutte le creature, e danante al iusto Dio--sí fa molto gran romure, che sia preso el malfatture--e síene fatta vendetta, c'ha offesa la diletta--nel suo falso delettare.
La Iustizia enestante--l'Affetto sí ha pigliato, e con tutta sua famiglia--en prigione l'ha carcerato, che déi esser condennato--de la 'ngiuria c'ha fatta, tráglise fore una carta--qual non può contrariare.
L'Affetto pensa ensanire,--poi che se sente en pregione; ché solea aver libertade,--or suiace a la ragione; la Bontá ha compassione,--succurre che non perisca, de grazia gli dá una lisca--e nel senno el fa tornare.
L'Affetto, poi che gusta el cibo--de la grazia gratis data, lo 'ntelletto e la memoria--tutta sí l'ha renovata, e la volontá mutata--piange con grande desianza la preterita offensanza--e nullo consólo se vol dare.
Empreso ha novo lenguaio,--ché non sa dir se non «amore». Piange, ride, dole e gaude--securato con timore; e tal segni fa de fuore,--che paiono de om stolto, dentro sta tutto racolto,--non sente da fuor que fare.
La Bontade sí comporta--questo amore furioso, ché con esso sí confige--questo mondo tenebroso, el corpo luxurioso--sí remette a la fucina, perde tutta la sentina--che 'l facea deturpare.
La Bontá sottra' a l'affetto--lo gusto del sentimento; lo 'Ntelletto, ch'è 'n pregione,--esce en suo contemplamento, l'Affetto vive en tormento,--de lo 'ntender se lamenta, ché 'l tempo gli empedimenta--del corrotto che vol fare.
Lo 'Ntelletto, poi che gusta--lo sapor de sapienza, lo sapor sí l'asorbisce--nella sua gran complacenza; gli occhi d'entelligenza--ostopiscon del vedere, non voglion altro sentire--se non questo delettare.
L'Affetto non se cci acorda,--ché vol altro che vedere, ché 'l suo stomaco se more--se non i porge que paidire; vole a le prese venire,--sí ha fervido appetito, lo sentir che gli è fugito--piange senza consolare.
Lo 'Ntelletto dice:--Tace,--non me dare piú molesta, ché la gloria che io vegio--sí m'è gaudiosa festa; non me turbar questa vesta,--deveríe esser contento contentar lo tuo talento--en questo mio delettare.
--Oimè lasso, que me dici?--par che me tenghi in parole, ché tutto el tuo vedimento--sí me paion che sian fole, ché consumo le mie mole,--ché non hone macinato, e tanto agio degiunato--e tu me ne stai mò a gabare.
--Non te turbar se me vegio--beneficia create, ca per esse sí conosco--la divina Bonitate; siram reputati engrate--a non volerle vedere, però te devería piacere--tutto sto mio fatigare.
--Tu ce offendi qui la fede--de gir tanto speculando, e la sua immensitate--de girla abreviando; e vai tanto asutigliando,--che rompe la ligatura, e toglime 'l tempo e l'ura--del mio danno arcoverare.
Lo 'Ntelletto dice:--Amore--ch'è condito de sapere, pareme piú glorioso--che questo che vòi tenere; se io me sforzo a vedere--chi, a cui e quanto è dato, será l'amor piú levato--a poterne piú abracciare.
--A me par che sapienza--en questo fatto è iniuriata, de la sua immensitade--averla sí abbreviata; per veder cosa creata,--nulla cosa n'hai compreso, e tiemme sempre sospeso--en morirme en aspettare.--
La Bontade n'ha cordoglio--de l'Affetto tribulato, poneglie una nova mensa,--ché ha tanto degiunato; lo 'Ntelletto è admirato,--l'Affetto entra l'ha tenuta, la lor lite sí è finuta--per questo ponto passare.
Lo 'Ntelletto sí è menato--a lo gusto del sapore, l'Affetto trita coi denti--ed enghiotte con fervore, poi lo coce co l'amore,--tráine 'l frutto del paidato, ed ai membri ha dispensato--donde vita possan trare.