Italian poem
Spirto gentil, che in giovinetta etade
by Eustachio Manfredi (1674–1739)
SPirto gentil, che in giovinetta etade Quanto e qual sei già mostri, e manifesti Quelle virtù che largo il Ciel t’ha dato; Poichè alle cime alte d’onor giungesti, A cui si va per faticose strade, E torni a noi del terzo lauro ornato, Cantando io non dirò tuo eccelso stato Nè a parte a parte narrerò tuoi pregj, E so che il merto de’ bei fatti egregj Per dir non cresce, e per tacer non scema. Ma non sarà ch’io prema Amor, che muove la mia lingua e snoda, Membrando ciò che un giorno esser tu dei, E dirò, che ognun m’oda, Le mie speranze e i dolci augurj miei. Certo, non meglio ai guardi nostri appare L’alta bontà che di noi cura prende, E le create cose ordina e muove, Che allor quando i perigli ultimi attende Per far nascer quaggiuso anime chiare, Che non avrian destra materia altrove. Del Leon Lacedemone le prove Qual luogo avrìan, se alle fatali strette Colto non era e qual l’aspre vendette Del minor Scipio, che per Libia sparse Il Latin fuoco e l’arse Se Roma non temea gli stessi scempj Pallida ancor per fresche piaghe acerbe? Or par che a’ nostri tempi Tal uopo e tal soccorso ancor si serbe. Ma non è già che i vacillanti seggj Nè lor perigli rassicuri e fermi Alma di guerre ognor vaga e di morti: Spesso agl’Imperi ancor difese e schermi Fer gli aurei studj e le divine leggi Di bei consigli dolcemente accorti. Nè men Roma ringrazia, o tra’ suoi forti Conta Fabricio e Numa o pur l’atroce Cato, o di Tullio la temuta voce Che qual del brando mai fe’ miglior uso. Questo è ben ciò, che chiuso Italia ha nel pensier, mentre al tuo piede Si stà col ciglio lagrimoso e grave, E di pronta mercede Signor ti prega, e speme altra non have A lei con mente, in cui nulla si scorge Sembianza più dell’opre alme e pregiate, Ond’è sua fama sovra il Ciel salita: Virtù, che le fu scorta in altra etate, Mal secura è de’ passi, e niun le porge La destra e tale anco a cader l’aita. Ma più le duol, che sua sventura invita A straziarla ancor l’estrania gente La qual, siccome rapido torrente Spazio ne’ campi nostri a cercar viene, E non è chi l’affrene, Che la stirpe di lei nell’ozio langue Le man tenendo neghittose e pigre, Mentre il Pò bee suo sangue, Che meglio tingeria l’Eufrate e ’l Tigre. Io so ch’ella sel vede, e parte il soffre, Perchè fermi presagi in petto asconde Che le dure catene a lei tu scioglia; E volta a te le piaghe sue profonde Ti mostra, e caldi prieghi aggiunge ed offre? Che il durissimo giogo omai si toglia: Nè sol per te confida uscir di doglia: Ma ricovrar suo primo stato altero; Che, se scritto è lassù che l’alto impero Torni e dilati ancor in nuova parte, E le treccie ora sparte Raccolga e cinga di purpurea henda Donna de’ Mari e delle Terre estreme, Io non so che s’attenda, Nè in chi meglio locar debba sua speme. Sol veggio un’altra via, per cui disperga La tema e ’l duol, che ad occupar sen venga Altri tua vece, e lei conforti e sgravi. Ben’ella vede il tuo grao Zio che regna Sul Vaticano e l’onorata verga Sostiene e del Ciel regge ambe le chiavi Cercar con modi ognor santi e soavi, Siccome freni ed a Ragion soggetti L’odio e il fuorr negl’indurati petti: Scorge quali a suo profondar procuri Principj alti e securi Di pace, e come in ciò tutto s’adopre: E forse fia; che cotanto alto e i passi Nelle ammirabil’opre, Che a te campo di gloria altro non lassi. Ond’ella, il prega, poichè augurio certo Ha d’imprese veder nuove e sublimi, E della sorte sua più diffida, Che a te a parte ne chiami, e gli onor primi Dell’ostro, al sangue nò ma doni al merto, E la bell’opra sua teco divida. Oh di quai liete trionfali grida Suonerà il Tebro l’aspettato giorno! Oh qual ti vedrem poi di gloria adorno Sparger leggiadri esempj, e i cuor gentili Far di codardi e vili, E destar le faville in petto altrui, Ancor rimaste di virtù Latina! Tempi beati, a cui Tanta felicitade il Ciel destina! Canzon tu vedrai Italia egra e pensosa Un garzon solo riguardar fra mille: Inchinerai l’altera Donna, e dille, Ch’io so, che il desir suo tu non appaghi, Ma che gran parte ascosa Io porto ancor de’ miei pensier presaghi.