Italian poem
Chi si fida in altrui quanto è mal saggio!
by Francesco Beccuti (1509–1553)
Chi si fida in altrui quanto è mal saggio! Prima poco splendea, pur oggi è spento de la fede tra noi l’ultimo raggio. Non si trova un fra mille uomini e cento che con un suo particolar non pensi usar qualche color di tradimento. Sol con la fraude al suo bisogno viensi; l’immensa ingratitudine (ahi, mal nato secolo!) paga i benefici immensi: quel ch’è piú debitor, quel è piú ingrato; chi dev’esser piú fido è men leale; tanto il mondo è corrotto e adulterato. L’amar non giova, il ben servir non vale, anzi per cosa vil par che s’additi chi non sa per il ben render il male. Son gli amici e i parenti oggi traditi dagli amici e parenti, e spesso sconta un gran demerto gli obblighi infiniti. Dunque amicizia, affinitá congionta non ci assicura, anzi via piú c’inganna quanto ha piú ’l destro a farci danno ed onta. Giá pioveva dal ciel nèttare e manna, ora piove gl’inganni e i tradimenti, tal che chi vuol guardarsi invan s’affanna. Chi si guarderá mai, se fra gli armenti diventa il pastor lupo e ’l prato ameno sotto i piú vaghi fior cela i serpenti? chi si guarderá mai, se il mondo è pieno di Sinoni, Ginami, Bruti e Cassi, c’hanno ’l mèl sempre in bocca e ’l tòsco in seno? chi si guarderá mai? chi ’n cielo stassi, poi che qua giú la mano empia ed avara nel sangue del fratel vermiglia fassi; chi può guardarsi, oimè! se la piú cara, grata famiglia nel tuo proprio nido t’ordisce incomprensibil fraude e rara? Alza tu, mondo, insino al cielo il grido e tu, terra, trangugia nel tuo centro l’anima e l'ossa d’ogni spirto infido. Questo mar di perfidia, ove son dentro sommersi tanti, è senza riva o fondo, tal che in sí largo pelago non entro: solo a mirar tant’acque io mi confondo, signore illustre, e son di scusa degno, ché, per solcare un mar tanto profondo, altro Tifi bisogna ed altro legno.