Versos Italian Franco Sacchetti Gran festa ne fa il ciel, piange la terra

Italian poem

Gran festa ne fa il ciel, piange la terra

by (1332–1400)

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Gran festa ne fa il ciel, piange la terra, Duolsene il purgatòr, stride lo ’nferno, Poi che ’l Petrarca è morto fiorentino; Colui che sempre avea co’ vizi guerra Cercando i modi santi e ’l regno eterno, Tanto avea gli occhi verso ’l ciel divino. Nelle tre teologiche fu fino, Vincendo ognora con le cardinali; Maestro delle sètte liberali; Con dolce stile e con vaga eloquenza; Fonte di senno e fiume di scïenza; Compositore d’ogni prosa e metro; E, se lo vero impetro, Isponitor de’ linguaggi diversi, Rinovator de’ passati costumi, Munitor de’ perversi; Dimostrator di leggi e di dottori, Delle antiche virtù e degli autori. Dunque è ragione se ’l ciel ne fa festa, Chè nullo in poesia tale ebbe mai: Però Giovanni e Paolo l’accompagna Tra nove cori e l’angelica gesta Di grado in grado e ne’ celesti rai. E Pietro il guida, e d’aprir non ristagna, In fin ch’egli è tra quella turba magna Che gli apostoli vede e i vangelisti. Ivi l’abbraccian quattro dottoristi; E con loro è Grisostomo e Bernardo, Isidoro ed Anselmo e Pier Lombardo, Severino, Basilio e il Nazianzeno, Ugo ed il Damasceno, Dïonisio ed assai di questo stile. Con lui saliron alla divina aura, Ove alla madre umìle Vergine feron di costui offerta, Che ’nanzi a Dio gli diè la gloria certa. Piange la terra, e non è maraviglia; Perchè a ciascun che con virtù vivea Mancato è il lume che gli dava luce. Piange Parnaso e tutta sua famiglia, Clïo e l’altre Muse, ove solea Veder ciascun tra lor questo duce. O Elicona, chi omai conduce Alcun ch’avesse voglia del tuo fonte, Poi che spilunca già è fatto il monte? E quel che più in me la vita grava È, lasso!, che la tavola si lava, E nessun segue, e ciaschedun si tace. Chi leverà chi giace? Chi guiderà le menti a lor sentiero, E chi darà aiuto all’altrui alma? Chi fia d’ingegno altiero? Perduto essendo il buon nocchiero accorto Ch’ad ogni vento avea sicuro porto. Se ’l purgatòr si dole ed hanne pena, Giusta cagione è, perchè niun si muove Nè può veder quant’egli è degno il cielo; E l’aspettar gli grava; onde si sfrena Ciascun nel pianto dicendo — Omè, dove Per nostra colpa abbiamo agli occhi il velo? — Bramando ognuno d’uscir del suo telo E salir nell’empireo fra le stelle Per veder questo fra l’anime belle. E forse v’è alcun che ’n versi scrisse Che piange, che non fe mentre che visse Tanto che andasse subito al suo loco Senza provare il foco. Così riprendon lor nell’altrui loda, Vaghi degli ultimi anni per mutarsi Da quella a miglior proda: E molti priegan che chi vive prieghi Sì che ’l Signore a lor desìo si pieghi. Al pianto de’ dannati l’aspre strida Aggiunte sono, al men da quella parte Dov’è chi diede lume et a sè il tolse. Con alte voci Virgilio ti grida — O fratel mïo, da te mi diparte Sol ch’io non fui po’ che Dio nascer volse. — Omero Ovidio Orazio si raccolse, Lucano ed altri, a far grave lamento, Dicendo — Messi siamo a tal tormento, Chè non sentimmo la diritta fede: Per questo mai nessun veder ti crede. — Così piangeva altrove maggior turba: Aristotil si turba, Socrate Plato e Tullio ad una voce — Niente sappiam, credemmo saper tutto. E quel che più ci nuoce È non poter veder questo tesauro Che vide tanto sotto il verde lauro. — Averrois a tal rumor si mosse Dicendo — Lasso!, che mi valse il tempo Nel qual disposi il gran comento mio, Che non credea che altro già mai fosse Che vedessi quant’io tardi e per tempo? Or veggio ch’io non scorsi l’A dal Fio. Veduto ha questi più che non vid’io, Ond’io son cieco e di vederlo ho voglia. — Democrito si pinse a tanta doglia Gridando — Ed ïo son qui maledetto, Che per caso fortuito il mondo retto Esser sostenni e non per ragïone. O falsa opinïone Che fatto perder m’hai la patria lieta! Ed ora pellegrin, per sentir peggio, Son dal caro poeta. — E gli Epicuri e chi con loro attese Si percotean nelle mortali offese. Nino con molti assirïani regi Dicevan — Chi sarà autor di noi? — Piangean li Persi e così li Tebani, Agamennon, Achille e gli altri egregi Del greco stuolo; ed a lor seguìa poi Enea Ettore e Paris co’ Troiani. Po’ venia maggior fiotta di Romani, Bruto, Fabrizio, Scipïone e Cato, Metello, Fabio, Camillo e Torquato, E Cesare e Pompeo, con tanti attorno Ch’io non potrei descriverli in un giorno. In altra parte co’ suoi Aniballe, Annone ed Asdruballe; Alessandro e Filippo avean tal suono, Attalo ed Antïòco, ed ancor Pirro: Tutti pareano un tuono Gridando — Al mondo omai perduto abbiamo Chi dimostrava ciò che noi lasciamo. — Io non potrei mai dir quanto si canta Dov’egli è ito, e quanta doglia prende Chi l’ha perduto e chi gli sta da lunga. Un loco è solo in terra che si vanta Della sua morte; e ragion che ne rende È che ’l sepolcro suo là si congiunga. O villetta d’Arquà, qual fia ch’aggiunga Di fama a te, avendo tal reliqua? O Antenòr, già mai non fia obliqua La gloria del Signor dove fondasti La terra: Italia e il corpo lì lasciasti, Che l’amò vivo ed or morto l’esalta. La sua virtù è alta: Chè volle a sè tal uom per gran virtute; Li re antichi e buon Roman seguendo, Che per la lor salute Cercavan sempre valorosi e degni Facendoli consorti dentro a’ regni. Canzon, io ho paura e nulla temo. Paura ho che mai nessuna rima Segua com’uom che vegna sì eccellente: Non temo di costui, ch’al ciel supremo Ricevè il don che niun maggior si stima: Nè di mia vita curo omai nïente, Che disïava il viver pel vivente; Che morte nel dì terzo Del sollïon, settantaquattro e mille Trecento, spense qui le sue faville.