Italian poem
In ogni parte dove virtù manca
by Franco Sacchetti (1332–1400)
In ogni parte dove virtù manca Mancar dè’ tosto ogni terrena possa E venir quella a doloroso fine. Se Nino e gli altri tennon Siria franca, Regnò virtù; fin che l’ebbe rimossa Sardanapal con vizi e con ruine. Se Davit tenne tutto il suo confine, Per gran prudenza amplïando ogni ora; Così il prudente Salomone ancora Mantenne senza vizio tutto regno; Poi Roboam indegno Per la superbia a mal fine s’indusse. Così ancora distrusse Nabuccodonosore Ieconìa. Recando Babilonia in sua balìa: Po’ Baldassarre questa per tal suono Perdëo, quando Ciro gliele tolse E tirò gli altri in Persia successori. O quanti re, e qual reo e qual buono, Secondo l’opre lor fortuna volse, In fino a Dario con gli suo’ tesori! Fidandosi costui ne’ vani errori, Sconfitto fu da Alessandro Magno, Il qual di tutto il regno ebbe guadagno. Quanti re vinse e quanto regno tenne, In fin là dove e’ venne Tanto signore insuperbendo a morte! Antipatro le sorte Gli diede del velen con falsi fregi: Po’ venne ’l suo sotto diversi regi. E non vivendo essi con virtute, Tolta loro Antïochia dai Romani, Po’ Siria e tutto ciò ch’avìen perdero. Quant’ebbe Roma tempo di salute, Dimanda Macedòni ed Affricani Per l’universo e ciascheduno impero. Mentre che crebbe quel Comune altero, Fu sempre di virtù capo e colonna; Tanto che la sua madre fu tal donna Che ’l mondo quasi avea nelle sue braccia. Poi, come volse faccia E ’l vizio crebbe e la virtù fu vinta, Sua forza ebbe la pinta: Ed è rimasa, come ciascun vede, De’ padri antichi sua cattiva erede. Non dee dunque alcun vivere ignorante, O vuol re o signore, o vuol Comune; Chè per Comune dico ciò ch’io parlo. O vago sito! o figliuol d’Atalante Che desti il nome al loco ove ciascune Strane nazione vollono onorarlo! O primo Iano! qual maligno tarlo Ha le tue porte sì rose e diserte, Che sempre son per rimanere aperte? O fumo, o vento, o fior di spinosa erba! O abitazion superba, Che mai non vuo’ veder maggior nè pare! Ciascun signoreggiare L’un l’altro cerca, sicchè in ogni terra Pace non è, ma divisioni e guerra. Fece la terra ’l re dell’universo Sì grande e ’l mar, che ’n fra sì lungo telo Può solo star chi vuol senza contese: Ancor, per racquistar chi era perso, In terra oscura dello ’mpirio cielo, E per dar pace a tutti, giù discese; Po’ nostra carne con deïtà prese Ed immortal volle venire a morte. Ingrata turba, non pensi a tal sorte? Nè gustar vuoi omai che cosa è pace? Non vedi dove e’ giace? Che la barbara gente Italia corre, Con disfare e con tôrre Ad onta delle terre e delle ville, Dove per un ne fuggon più di mille. Ben mostra assempro la romana seggia In cui si debbon conservar le chiavi, Che è divisa e combatte alla larga; E per seguire al mal la real greggia, Non spegne ma sostien questi error pravi Con cose ingiuste ond’eresìa si sparga. Solea correr la loro lancia e targa Tra gl’infedeli e contro a’ vizi altrui: Or seguon la malvagia lupa a cui Non sazia mai tesor nè ben terreno, Con ferro e con veleno Pigliando le vestigia dei tiranni, Che con mortali inganni Cercan di viver sol per aver tutto, Ed ogni amor fraterno sia distrutto. Quant’è maggior signor, tant’è più servo; E di quanti è signor tanti ha a servire; E chi men signoreggia è men servente. A che sta dunque nostro animo servo, Scender volendo, credendo salire, E sempre viver sospettosamente? Chi ben pensasse a questo dir presente, Vorrebbe anzi che regger esser retto. O misero, o crudele, o cieco affetto. Che con invidia e ira sempre attendi! Le teologiche offendi, Le cardinali, e chi ma’ legge feo, Minos e Foroneo, Mercurïo Solon Licurgo e Numa, lustinïano, ed ogni lor costuma. Se ciascheduno il passato vïaggio Il presente e ’l futuro riguardasse, Siccome per ragion doverìa farsi; Il vizïoso, virtüoso e saggio Tosto sarìa: e se ciascuno amasse La patria sua sanza gli effetti scarsi, Potrebbe ancora Italia riposarsi. Ma odio giovinezza e ’l proprio acquisto Non se ne cura se ’l paese è tristo; Nessun vorrìa per sè quel ch’altrui dona; L’offensa non perdona. Acceso è questo foco in ogni parte E per setta e per parte. E mille essempri son; ma un da sezzo Non ci rimuove, che ’l dimostra Arezzo. Canzon, non vuo’ dir più; che ’l tempo è breve, E ’l caso affretta andar dove e’ bisogna: Va’, e desta chi sogna: Perchè non può fallire ’l suon ch’è dato. Ch’ogni regno diviso è disolato.