Versos Italian Gabriele D'Annunzio Al Re giovine

Italian poem

Al Re giovine

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AL RE GIOVINE.

N

nella luce dell’Urbe fatale, nel silenzio delle scorte e del tuo dolor regale, accompagna il tuo padre clemente, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare.

Accompagna il padre alla tomba ove già l’avo dorme, nel tempio sublime che alzò su colonne di granito la forza di Roma. La romba degli inni austeri come un turbine all’ultime cime rapisca i tuoi pensieri nuovi, oltre la tomba, oltre l’altare. E i grandi pensieri ti facciano insonne; e Roma e la sua Fortuna dalla chioma terribile ti facciano insonne, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare.

Tu non dormirai se il tuo cuore è degno che lo morda l’avvoltore violento;

tu non dormirai se de’ tuoi nervi indurati attorca tu la corda per l’arco che t’è innanzi lento; tu non dormirai se tu oda la voce dell’Urbe, sepolcrale e marina, non voce di volubili turbe ma d’immutabili fati, ma dell’anima eterna latina, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare.

Tu non dormirai se degni sieno i tuoi occhi di contemplar l’orizzonte che il Quirinal discopre al dominatore; tu non dormirai se le tue mani sien pronte alle lotte ed all’opre, alla spada ed al martello, a foggiar per la tua fronte un’altra corona di ferro col ferro d’un altro Salvatore sopra l’incudine d’un altare,

Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare.

Non dormimmo noi nella notte solenne quando passò per l’ombra d’Italia il funereo convoglio che portava il buono infranto cuore. Non dormimmo. Ascoltammo gli eroi favellare nella notte ingombra. Ascoltammo il fragore dei carri nel vento d’estate. Tremammo. Più del cordoglio poterono le speranze alate. Per l’ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. Gravido di vita e di morte anelava il Mare.

Tremammo di forza chiusa e di volontà raccolta; fummo ebri d’un sogno virile. Sentimmo nei polsi robusti ardere la febbre civile. Sentimmo nel suolo profondo rivivere gli iddii vetusti.

Ebri di presagi augusti, vedemmo ancóra sul mondo splendere il latin sangue gentile. Ascoltammo gli indigeti eroi favellare nella notte ingombra. Seguimmo nell’ombra infinita il volo della Morte lungo il patrio Mare.

E dicemmo: “Passa lungo il patrio Mare, Maestà della Morte! Alza gli spirti; fa palpitare il popolo che veglia nella notte balenante. Genova ti saluta sul suo golfo magnifica e forte, coronata di baleni. La Spezia ti saluta, in vista dell’Alpe, austera e forte, coronata di baleni. Salutano il tuo passare le due madri delle navi, o Morte, veglianti sul Mare.

Più grande saluto

avesti tu mai? Ma, giunta alla mèta, tu avrai il saluto del Sole e di Roma. E il nuovo destino, segnato dal sangue regio, avrà nella nuova luce principio solenne.» Per l’ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. E dicemmo: «O Italia, o Italia, non ti vedremo noi su l’alba, per questo buon sangue che ti giova, per la divina prova di questa sacrificale morte, rifiorir nel Mare?„

E dicemmo: “O Italia, Italia sonnolente, alfine ti svegli tu dal tuo sonno vile? Ahi sì lungamente sotto il sole giaciuta con l’obbrobrio senile, tra le mani dei vegli scaltri che t’han polluta che di te han fatto strame docile all’ignavia loro

e d’ogni tuo nobile alloro una verga per batter la fame, non senti l’odor della morte? Oh nuova sul Mare!„

Così noi dicemmo, questo sognammo ascoltando il fragore dei carri nel vento d’estate per la funebre notte recanti alla tomba il re spento, al silenzio di Roma, alla pace. Questo pregò sotto il firmamento ingombro la nostra ansia seguace. Or chi sarà l’eroe che attendiamo, il pastor della stirpe ferace? Tendi l’arco, accendi la face, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare!

T’elesse il Destino all’alta impresa combattuta. Guai se tu gli manchi! È perigliosa l’ora. Ma tu sai che il periglio

è la cintura pe’ fianchi dell’eroe. Dal sangue vermiglio fa che nasca un’aurora! La fortuna d’Italia prese l’ali sul campo d’una battaglia perduta. Ricòrdati d’un altro padre partito per un più triste esiglio, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare.

T’elesse il Destino. Ricòrdati del figliuol vinto che cavalcò quel giorno tra la Sesia e il Ticino verso il bianco maresciallo. Rifiorìa l’itala primavera tra i dolci fiumi; e il re sardo scese dal suo cavallo per segnare il duro patto. Tutto fu nemico intorno. Egli disse al suo cuore gagliardo: “Sopporta, o cuore, e spera!„ Ricòrdati di quel ritorno tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare.

Egli volle Roma, egli ebbe il Campidoglio, egli ha pace nel Tempio romano. Che vorrai tu sul tuo soglio? Quale altura è il tuo segno? Miri tu lontano? È largo quanto il tuo orgoglio il gesto della tua mano? Sai tu come sia bello il tuo regno? Conosci tu le sue sorgenti innumerevoli e la forza nuova o antica delle sue correnti? Ami tu il suo divino mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare?

T’elesse il Destino all’alta impresa audace. Tendi l’arco, accendi la face, colpisci, illumina, eroe latino! Venera il lauro, esalta il forte! Apri alla nostra virtù le porte dei dominii futuri! Ché, se il danno e la vergogna duri, quando l’ora sia venuta, tra i ribelli vedrai da vicino

anche colui che oggi ti saluta, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare.