Italian poem
Sogno D'Un Mattino Di Primavera
Quando la tua sorella Aurora, già sazia di sogni, ebra di baci, tutta umida di rugiade,
come cerbiatto ignaro d'insidie ne' vergini boschi, pronta a le soglie balza con lieto ardire,
tu non il suo chiamare, o Ippolita, odi. Il mio petto ben del tuo dolce capo teneramente premi.
Premi il mio petto, e dormi. Qual s'apre or ne l'intimo foco de la tua vita e sorge misteriosa imago,
irradiando un riso che tenue sgorga e diffuso trepida per l'aureo fior de le membra tue?
Rompe così ne' maggi da polle invisibili un'acqua viva, balzante spirito, in un rosajo:
trémane tutta quanta la molle compage de' fiori; poi d'un fulgore liquido s'illumina.
Or ne l'oblio sommersa, Ippolita, vedi tu strane plaghe, odi tu novelli carmi e novelli suoni?
Odi il divin tuo nome passare ne gli inni? Procedi, splendida fra il duplice coro, a' fastigi ultimi?
Quale favilla viva cui nutran le ceneri in grembo; quale balen che dorma entro la nube grave;
quale adamante intatto che splenda con lume di stella su la ricchezza oscura de le terrestri vene;
qual sole ascoso ad occhi mortali, che sperda su vani esseri, per gelido aer le sue virtudi;
quale un pensier di nova beltà creatore su 'l mondo, che ancor segreto rida sotto la fronte al nume;
tal per te sola, o donna, per te, per te sola da tempo celasi ne' vergini regni un divin potere.
L'hanno in custodia i Saggi. A l'ombra d'un'arbore immensa, candidi ne la veste, placidi come iddii,
vivono. Un'aria calda li nutre. Su l'erbe d'in torno rapidi i leopardi piegano i dorsi gai.
Il mormorio de' fonti, il susurro de' rami, il sommesso fremito de le belve mescesi a le parole.
Oh fecondati regni dal sacro abbraccio de' fiumi, beneficata specie dal providente cielo
ove d'un'alleanza de gli astri, principio di vita sorge ch'effuso ne le solitudini
crea da la sorda pietra, crea pure da l'arido loto, crea pur dal ferro spirti innumerabili!
Ecco sentieri d'ombre, profondi, cui versan la luce fiori d'ardente vita, esseri non mortali;
templi d'ignoti numi, a la gioja del dì bene aperti sopra colonne bianche qual pura neve,
armoniosi, eterni, ove l'aquile fanno gran cerchi, ove sospira il caldo vento natìo del mare;
chiostri di colli emerse da vasti golfi lunati, ove talor ne l'aria passan le forme dive,
forme di tal corusca virtù penetrate che alcuna d'occhi mortali forza non le sostiene,
simili a te nel riso, che incedon su 'l mare con lento passo e guardando a l'alto cantano dolci cori.
Cantano: — Or chi da l'alto precipita a' campi del mare, rapido com'aquila, splendido come fuoco?
Quella discende forse, che molto aspettano i Saggi, donna reina? O forse da le sue rosse case,
contra i fraterni tèli, demente per novi desiri, anche apparì l'audace figlia d'Iperione?
Non del titan la figlia; ma l'altra, ma l'altra s'appressa. Cose universe, udite! Ecco, l'Eletta viene.
Viene l'Eletta. O cieli, che tutta accogliete l'immensa anima del Creato entro la vitrea sfera!
voi, o correnti, o vene del mare, che l'isole intatte stringer godete in vostre adamantine trame!
nuvole erranti, o voi lungh'esso il monte selvoso greggia che il vento guida, truce pastor, fischiando
urne de' fiumi, aperte da vegli possenti a la Terra giovine! e voi, stromenti ampi de l'uragano,
selve terrestri! e voi, profonde oceaniche selve, dove ogni tronco ha occhi vigili ne l'orrore!
cose universe, udite! L'Eletta, ecco, viene che a noi reca per legge il solo ritmo del suo respiro. —
Cantano. Tu non odi passare ne gli inni il tuo nome? Premi il mio petto e dormi. Splendemi in cuor l'aurora.