Versos Italian Gabriele D'Annunzio Sonetti di primavera

Italian poem

Sonetti di primavera

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Come da la putredine le vite nuove crescono in denso brulicame e strane piante balzano nutrite da li umori corrotti d'un carname:

sgorgano i grandi fior' quali ferite fresche di sangue con un giallo stame e crisalidi enormi seppellite stanno tra le pelurie de 'l fogliame:

così dentro il mio cuore una maligna flora di versi gonfiasi; le foglie vanno esalando un triste odore umano.

Attratta da 'l fulgor de la sanguigna tinta la inconsapevole ne coglie; e il tossico le morde acre la mano.

A questo di salute alito enorme che da 'l sen de la terra umida emana mentre amata da 'l sol la terra dorme ne la tranquillità meridiana,

io ne 'l fondo de l'essere un informe viluppo sento che si schiude. Strana un'angoscia mi tenta: or quali forme partorirà la stanca pianta umana?

E l'angoscia m'incalza. E l'infinita vista de i piani, ed il profuno occulto che si eleva da i piani, e lo splendore

de l'aria, e queste immense onde di vita che su 'l capo mi passano in tumulto or mi dànno, io non so, quasi terrore.

Non più dentro le grige iridi smorte lampo di giovinezza or mi sorride: la giovinezza mia barbara e forte in braccio de le femmine si uccide.

Alto gridando in van la mia coorte, in van me chiama a l'armi e a le disfide: io qui ne li ozî la mia bella sorte oblìo tra voluttà pazze ed infide.

Quasi un tossico lene ora mi sale ogni arteria, un languor lungo mi snerva; ed io virtù non ho più di lottare,

come allor che su 'l vento maestrale mi balzava la strofa ebbra e proterva squillando innanzi: O mare, o mare, o mare!

O bei corpi di femmine attorcenti con le anella di un serpe agile e bianco, pure io non so da' vostri allacciamenti ancora sazio liberare il fianco.

Bei seni da la punta erta fiorenti, su cui mi cade a l'alba il capo stanco allor che ne' supremi abbattimenti de 'l piacere io m'irrigidisco e manco;

reni felini pe' cui solchi ascendo lascivamente in ritmo con le dita come su nervi di falcate lire;

denti sotto a' cui morsi acri mi arrendo, bocche sanguigne più di una ferita, pur m'è dolce per voi così sfiorire.

O nave che a 'l mio bel mare selvaggio davi il fianco lucente di catrame quando abbracciato da 'l gran sol di maggio il mio mar si spezzava in mille lame,

ed io folle di gloria e di coraggio gridavo eretto su la prua di rame dirizzando il timone a l'arrembaggio, tra 'l fischiare de 'l vento ne 'l cordame;

e la giovine madre da la riva, gittandomi su 'l vento un augurale inno, tendea le braccia colorite;

e ne i riposi pallida veniva a lavarmi con l'acque aspre di sale su 'l petto e su la faccia le ferite!

Tu, madre, che da i tristi occhi preganti mi vigilavi pallida ne 'l viso e per l'onda felice de' miei canti abbandonata rifiorivi a 'l riso;

tu che le angosce mie tumultuanti, s'io ne 'l silenzio ti guardava fiso, indovinavi, e le braccia tremanti a 'l collo mi gettavi d'improvviso;

tu che per me in segreto avevi sparse tante lacrime e ròsa lentamente senza di me languivi di desìo:

tu non questo credevi! Tu, con arse le pupille, quel dì, ma pur fidente ne 'l mio destino, mi gridasti addio.

Le barbariche strofe io, ne le prime armi, scagliavo in alto a la ventura, ed elle, come falchi da le cime, seguitavano a vol senza paura.

Ne lo stridulo gioco de le rime or crudelmente io cerco una tortura ed i versi sottili come lime odo segarmi i nervi aspri in misura.

A lo spasimo rido io con un roco riso, stringendo i denti, impallidendo qual sotto il taglio un milite ferito.

Ma ne la prova di quel chiuso foco mi si tempra il sonetto; ed io lo rendo come un pezzo d'acciar terso e brunito.

Quando io mi adagio, tristo e sonnolente, poi che più nulla al fine ora m'illude, a marcir come un sughero cadente ne le melmosità de la palude,

una forma di donna lentamente da la fredda ombra come un fior si schiude, e sorge a l'alto; ed il gran fior vivente mi raggia il lume de le membra ignude.

Io sollevo la fronte: ne 'l torpore un insensato d'odio impeto immane mi soffoca, d'infranger quella muta

forma, quella pietrosa erma d'amore che solitaria a contemplar rimane la selva de' miei venti anni abbattuta.