Versos Italian Gabriello Chiabrera Avea più volte udito

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Avea più volte udito

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Avea più volte udito Di Climene la prole, Che fu suo padre il Sole; Onde tutto invaghito Di vagheggiare il Genitor sovrano, Volse le piante all’immortal sua Reggia, Onde splendor fiammeggia, Che sostener non può lo sguardo umano; Quindi, perchè Fetonte Renda contento il suo desire audace, Senza che il troppo lume i dì gli oscuri, Tolse dall’aurea fronte Il diadema di rai Febo sagace, Quasi per lui non più risplender curi; E sicuro fissò l’avido figlio Nel temprato splendor l’infermo ciglio. Or Febo a me consenti, Ch’io prenda i lampi istessi, Che hai deposti, e con essi Rischiari altrui le menti; E mostri a’ Grandi, che del fasto altero Denno i lampi depor, che ogni occhio abborre, E più benigni accorre Chi servo nacque al lui sovrano Impero: E ’n tal guisa temprata Tener la maestà del regio aspetto, Che non offenda con soverchio lume; Poichè stende e dilata Sovra d’ogni soggetto Il dominio, che ha l’uom, sì bel costume, Mentre non pur sulle corporee salme, Ma gli dà nuovo scettro anco sull’alme. Ah neghi l’aria il suono All’esecrabil voce, Che superbia feroce Chiama a regnar sul trono; Quasi rassembri maestà cadente Quella, che non sostien l’arco del ciglio, E non chiama a consiglio, In qualunque opra sua fasto insolente: Stoltezza! ha d’uopo solo Mendicar dall’orgoglio onore e stima, Chi senza lui di vilipendio è degno. Ma taccia il folle stuolo, Che cotanto lo stima, Che de’ Regnanti il fa primo sostegno; E perchè muto resti a forza, in prova Di mostrargli Fernando, o Clio, mi giova. Mira com’ei s’affida Sulla propria grandezza, Nè mai vana alterezza, Entro al suo cor s’annida, Ve’ come alfabil regna, e con qual’arte I lampi, ond’ei risplende, in sè nasconde, E l’invidia confonde, Che si sente cangiar natura in parte; Mentre per lui si vede, Senza l’usato fiele, oggi compagna Dell’altrui morte e dell’altrui fortuna; Che d’essa ei fatto erede, Perchè grande rimagna Con dolce sol senza amarezza alcuna: Io, che di ciò son testimon fedele, Nel mar delle sue lodi apro le vele. Ma nel mover dal lito Ecco vento che spira, E ben tosto ritira Dal corso il legno ardito, E bella Clio, che a’ miei pensier dà legge, E ne vien meco, dal cammin m’arretra: Dice, che roca cetra Mal fa, se d’un Eroe l’imprese elegge; Che a sublime virtude Chiara tromba si dee, che quando suona, Le sue sconfitte intimi a morte istessa. Mentr’ella i labbri chiude, Ogni rio d’Elicona Secco a mio prò tosto diventa, e cessa L’audace suono, e de’ suoi pregi intanto Dura in me lo stupor, se ha fine il canto.