Italian poem
Certo è, che a sua gran pena
Certo è, che a sua gran pena L’uom naufragante, peregrin del Mondo, Spesso gira sua vita a vela piena Là ’ve sirte d’error l’onde inarena. E spesso ove è di guai maggior profondo Gitta l’ancora al fondo. Non va lunge dal vero Questo mio biasimo degli umani ingegni, Che su per Cirra, almo di Febo impero, Menzogna d’orme non segnò sentiero; E se ne fan con mille casi indegni E Regnatori, e Regni. Dovea fronte lucente, Ma come ogni altra al fin preda di Morte, Argo far trista, ed Ilione ardente. A qual piaggia d’april mieter la gente; Oh, non si piange ancora Ettorre il forte? Suo figlio? e sua consorte? Se vil frutto non era, D’Assaraco la stirpe era beata. E di gioja maggior viveva altera Se meno era la Grecia allor guerriera; Ma premio pose a sè medesma armata Una chioma dorata. Or se, come in foresta Arma lungo digiun belva africana, Muove orgoglio tra gli uomini tempesta; Sicchè ferro la terra empio funesta; Certo senza guerrier dir si può vana Ogni eccellenza umana. O del Mondo Reina Italia, genitrice alma d’Eroi! Io col cor pronto, io colla monte inchiaa Alto sospiro alla pietà divina: Ella co’ rai de’ benigni occhi suoi Sereni i giorni tuoi. Non pianto, non dolore Stral per te tenda insidioso audace; Feconda il grembo d’immortal valore, Cerere bionda ogni tua messe indore; Nè per te basta mai pena fugace La bella amata Pace. Ma se dall’ampie tombe Poggia por l’alto Ciel viperea l’ali, E gonfia Aletto mai tartaree trombe, Onde il Ciel d’armi e di furor rimbombe, Sorgano spirti a vendicar tuoi mali, Al Pitigliano eguali. Così voce superba Non farà risonar barbaro Marte, Se non sembiante all’aspra etade acerba, Che l’ardir spense di Germania in erba; E fèr le fere sanguinosa ogni arte Sulle sue membra sparte. Cinta allor di funesti Diluvj d’arme Austria a pugnar sen corse E dentro a’ nembi di battaglia infesti Chiuse in metalli i fulmini celesti Non tanti in Flegra, ove più orribil sorse, Giove mai ne contorse. Ma, se a’ ferri tonanti Scossersi d’Adria le campagne ondose, Anco sull’Istro un rimbombar di pianti Fece a i nostri sentir tuoni sembianti; Quante, o quante vecchiezze orbe dogliose, Quante vedove spose? Certo, s’è sferza e sprone Gloria paterna alle virtù divine, Ei per l’Italia, onde fu sol Campione, Forte nell’armi in sì crudel tenzone, Ben rimembrossi, ben l’arti Latine, E le corone Orsine.