Italian poem
Benché tra' monti solitaria insegni
Benchè tra’ monti solitaria insegni Savona a’ figli suoi battendo i remi Intra perigli estremi, Merce raccôr da fortunati regni, Ond’ella di ricchezza in pregio ascenda, E per nobile industria aurea risplenda. Io non per tanto singolar da loro Varco di Pindo a’ porti almi, e soavi; Indi sciolgo mie navi Carche di palme, e d’immortale alloro; E con povera man ne fo felici I cor d’onore e di virtude amici. S’io già del Tebro, e del gran Po sul corno Mirar mi feci, e del Metauro all’onde, E sulle vaghe sponde Di Dora impressi alte vestigia; or torno D’Arno famoso alle dirette rive Carco di cetre, e di bell’arpe argive. Qui fra solinghe Ninfe, il crin cosparte Di gigli, e d’ostro, a lor sì cari fregi, Ammirabili pregi D’un Medici vo’ dir, ramo di Marte, Per cui nel mezzo d’altrui danni, ed onte Pur tiene Italia nostra alta la fronte. Quando nell’alto Ciel sue rote adduce Cimmeria notte, e l’Universo imbruna; Allor dell’alma Luna Mirasi chiara fiammeggiar la luce E suoi lampi virtù vibra da lunge, Quando tetra viltà seco s’aggiunge. Quinci fra’ nembi, onde pur dianzi in guerra S’avvolse il cor delle Tedesche genti, Noi rimirando ardenti Uscir tuoi raggi a rallegrar la terra, Portiam la guancia di letizia impressa; O forte a sollevar Pannonia oppressa. Or di questo non più. Gaudio s’appresta Per noi più grande: eserciti infiniti, Crude strida, nitriti Ecco empion ogni piaggia, ogni foresta; Scuotonsi i monti, e par che il Ciel ne cada, Ma ciò fia messe alla tua nobil spada. Non paventar: su dall’eteree cime Al fin calpesta gli empj il gran Tonante; Pongonsi mostri avante Alla virtù, che ha da venir sublime; Odi la bella Clio, che d’aurei detti Tiene ha le labbra, e n’arricchisce i petti. Che un tempo armasse, ella non canta in vano, L’alma Acidalia il peregrino Enea; Nè che la tomba Etnea Di fumo empiesse, e di sudor Vulcano, Quando temprare infra’ Ciclopi il vide L’usbergo celebrato al gran Pelide. Tal ha cosparto di fulminei rai Scelto scudo per le salda difesa; Sì nella sacra impresa Contro superbi quasi turbo andrai, Che suona da lontan su rigid’Alpe, O mar che atroce inonda Abila, e Calpe. Come scorgendo grandinose i grembi L’Hiadi ornar la region stellata Con destra alta infocata Fulmina Giove adunator di nembi, E fece Olimpo, o di Tifeo sul fianco, E ciascun’alma di terror vien manco. Tal per la Fè che in Vatican s’adora, Feroce avventerai folgori, e tuoni; Ed io fra danze e suoni, Inebbriato il sen d’onda canora, Vestirò piume a celebrar l’assalto, Ne darò nome al mar, volando in alto.