Italian poem
Non sempre avvien, che d'Ippocrene il fonte
Non sempre avvien, che d’Ippocrene il fonte Lasciando, e Pindo, ove danzar son use, Mostrino i rai della celeste fronte Allo sguardo mortal l’inclite Muse. E quando l’alte Vergini rimira, Lor volge il Mondo ben sovente il tergo, Ond’elle piene il cor di nobil ira, Volgono i passi all’Eliconio albergo. Ma, se destra real pronta si stende, E lieta il coro peregrino accoglie, Ogni Diva la cetra in man riprende, E con fervido stil canti discioglie. Dicesi allor chi fulminando in guerra Sparse di sangue ostil campagne e fiumi; E con lodi si leva alto da terra Chi leggi scrisse, ed emendò costumi. Quinci Cigni raccor prese consiglio In pace Augusto, e tra le schiere armate; Ed ebbe d’Argo a ben vedere il ciglio, Che taciuto valor quasi è viltate. Nè meno oggi a cantar veggonsi accesi, Che sul fiorir di quei beati tempi, Tua gran mercè, che di quei cor cortesi Sorge cortese a rinnovar gli esempi. Così pur dianzi in ammirabil note Udiva il Tebro altera tromba, e carmi, Onde a ragion di Giove il fier nipote Invidia l’ire di Riccardo, e l’armi. Pregio sovran del duro secol nostro, Pregio di te, che il suono alto sublimi; E benchè sacro tu risplenda in ostro, Fa che sì fatta gloria apprezzi e stimi. Ostro, nè se di Tiro almo risplenda, Contra nebbia infernal non ha virtude; Ma non avvien, ch’alma virtude offenda Nebbia infernal d’Acherontea palude.