Italian poem
Non è viltà ciò che dipinge in carte
Non è viltà ciò che dipinge in carte Fama alata cerviera; Ove dunque pugnando il grande Alcide Fu per lo Mondo errante peregrino, Gloria veloce ardente L’orme segnò delle robuste piante. Ei là, dove Nettun Libia diparte Dalla gran terra Ibera, Anteo l’immenso, e Gerione ancide; Alza le mete del mortal cammino; Indi con man possente Spegne sul Tebro il rio ladron fumante. Or poichè vincitor per ogni parte Fu d’ogni orribil fera, Sopra il cerchio di latte Apollo il vide, Sparso di stelle riposar divino: Ivi d’Ebe lucente Aurea bellezza il fa felice amante. Germe di Tebe, a cui tanto comparte D’onor l’età primiera, Da’ chiari pregi tuoi nulla divide I pregi del mio Duce ugual destino; Sì nel’armata gente, E sì ne’ premij a te si fa sembiante Qual vince orrido Noto ancore e sarte, E ’l buon nocchier dispera, Qual su i regni dell’onde orrendo stride, E ’l Cielo asperge del furor marino; Tal sulle schiere spente Di nobil sangue ei fulminò stillante. Quinci lieto sen vien con sì bell’arte Alla sua Dora altera, Che dalla bella riva, ove ei s’asside, Manda suo nome all’alto Ciel vicino: Quinci a lui si consente Donna di pregio e di beltà stellante. Care Muse dell’Arno, eccovi in parte La nostra gloria intera, Io pur com’uom, cui suo valor disfide, Con strette labbra da lontan l’inchino; Fate voi, che altamente Parnaso e Pindo ne risuoni e cante.